Disturbi specifici del linguaggio.

(immagine tratta da Google)
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29.06.2011                 L’articolo del mercoledì                                                  dott.ssa  Maria Concetta Carruba

 

Disturbi specifici del linguaggio:la conoscenza come conditio sine qua non.

 

Tutto il discorso, scritto o parlato,

è un linguaggio morto fino a che non si trova

un ascoltatore ben disposto e preparato.

(Robert L. Stevenson)

 

La competenza linguistica si fonda sull'interazione di funzione senso-motorie, neurocognitive e socio-emozionali. Quando qualcuna delle abilità connesse al linguaggio risultano compromesse o deficitarie si parla di disturbo specifico del linguaggio. La definizione abbraccia quadri clinici molto variegati, associati talvolta ad altre patologie che possono rappresentare una aggravante (disturbi secondari del linguaggio), oppure disturbi “puri” (disturbi specifici).Questi disturbi vivono una evoluzione nel tempo che varia a seconda della gravità e alla persistenza del disturbo stesso. Solo verso la fine del XIX° secolo si cominciò a parlare di DISTURBI DEL LINGUAGGIO. Questa analisi prese piede a partire da alcune analogie  individuate dai neurologi fra afasie acquisite nell'adulto e disturbi congeniti nei bambini. Si riteneva dunque che lesioni simili al cervello provocassero sia all'adulto che al bambino delle compromissioni del linguaggio in modo similare. Successivamente si è iniziato a diversificare le due tipologie di disturbo, preferendo specificare nel caso dei bambini che si tratta di problematiche linguistiche di sviluppo. Oggi parliamo infatti di Developpemental Language Disorders (DLD) e di Specific Language Impairment (SLI). La scelta della terminologia non è puramente stilistica ma attiene l'esigenza di indicare che non necessariamente ci sono delle compromissioni neurologiche. I deficit della consapevolezza fonematica o della manipolazione degli elementi del linguaggio parlato possono essere individuati già intorno ai 5 anni. Una perecezione linguistica inaccurata può condurre a difficoltà fonologiche che potrebbe interferire nell'apprendimento e nell'automazione dei processi di lettura e compromettere il linguaggio a un livello più alto. I disturbi del linguaggio presentano un’insorgenza nella prima-seconda infanzia con un decorso continuo anche se,più frequentemente, si realizza un miglioramento nel tempo. L'incidenza è pari al  3-8% dei bambini sotto i 3 anni e 1-2% dei bambini sopra i 6 anni di età con una chiara predominanza nel sesso maschile (in un rapporto 2M:1F).

Questi deficit, per una percentuale pari al 60% dei casi, non diminuiscono in modo significativo, neppure dopo i 10 anni. L'evoluzione del deficit è differente da caso a caso anche in funzione della fase evolutiva. Rimane ancora aperto il problema della classificazione: da una parte vi sono gli autori che considerano il disturbo come una condizione di vulnerabilità rispetto alla variabilità normale, dall'altra chi propone criteri clinici per la classificazione legata al DSM-IV o all'ICD-10.

Nel primo caso ci si basa su tre criteri principali:gravità, manifestazione problematiche associate, decorso. Si punta molto sul criterio di gravità intesa nella sua importanza diagnostica, proprio perchè in molti bambini si osserva una naturale tendenza la miglioramento progressivo.

Secondo il DSM-IV e l'ICD-10 è opportuno distinguere i disturbi, a seconda delle disfunzioni che determinano, in:

1. Disturbi della voce e della parola o fonetici:

Ad essere alterata è la componente fonetica, cioè la capacità di articolare suoni,accompagnata spesso dalla comparsa di errori nella produzione, nell'uso e nell'organizzazione dei suoni. All'interno di questa prima categoria distinguiamo:

DISFONIA alterazione della voce.

DISARTRIA, disturbo di articolazione dei fonemi complessi.

DISRITMIE O BALBUZIE alterazione di ritmo e quindi del normale fluire e della cadenza dell’eloquio.

DISLALIE cioè alterazioni non associate a deficit  né a ritardo mentale.

2.Disturbi del linguaggio o fonologici

A risultare alterata è la formulazione del messaggio verbale. Possiamo suddividerli in

PRIMITIVI o specifici in cui non è riconoscibile una causa apparente.

SECONDARI che rappresentano la conseguenza o il sintomo di una causa riconoscibile

I disturbi primitivi o specifici del linguaggio sono spesso denominati anche DISFASIE EVOLUTIVE .

Ulteriore distinzione va fatta a seconda che la compromissione sia a livello dell'espressione o se invece sia relativo alla comprensione.

Nel primo caso è l'espressione verbale a risultare al di sotto della norma rispetto all'età.

Nel secondo caso, invece la compromissione della comprensione del linguaggio risulta marcatamente disturbata. Dal momento che l'interpretazione dei disturbi del linguaggio, secondo l'indirizzo cognitivo, si basa sulla convinzione che le acquisizioni linguistiche e quelle cognitive procedano parallelamente, diventa di cruciale importanza definire una serie di criteri di demarcazione fra disturbi specifici e disturbi globali.

Una conoscenza adeguata di tutte le problematiche legate al linguaggio e la consapevolezza di una variabilità veramente alta, sono indispensabili al fine di poter essere per il bambino DSL l'ascoltatore ben disposto e preparato di cui ci parla Stevenson.

 

Bibliografia:

-A.Marini,Manuale di neurolinguistica.Fondamenti teorici,tecniche di indagine,applicazioni,Roma,Carocci, 2008.

- R.A. Fabio, B. Pellegatta, Quaderni.La valutazione dinamica dei processi cognitivi, Milano,ISU,2005.

-P. Cipriani, A.M. Chilosi, Il bambino disfasico:processi di apprendimento e criteri di valutazione dei disordini gravi del linguaggio,Tirrenia, Edizioni del Cerro, 1991.

-B.C. Wilson, The neuropsycological assessment of the preschool child:a branching model,in F. Boller, J. Grafman, I. Rapin, S.J. Segalowitz, Handbook of neuropsychology, vol 6, S.Louis, Elsevier.

 

Maria Concetta Carruba

 

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