Il valore pedagogico del gioco.

(immagine tratta  da Google)
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13.07.2011  L’articolo del mercoledì                                                     dott.ssa  Maria Concetta Carruba


Il valore pedagogico del gioco

 

 

Due cose mantengono vive le creature: il letto e il giuoco;

 perché l'uno è refrigerio de le fatiche

e l'altro ricreazione de i fastidi.

Pietro Aretino.

 

 

 

 

Quando parliamo di gioco siamo indotti a pensare a una attività non finalizzata il cui unico scopo è rintracciabile nell’intrattenimento piacevole per il bambino.

Negli ultimi 50 anni la ricerca pedagogica e della psicologia evolutiva hanno focalizzato sul gioco nel suo valore di apprendimento naturale.

Attraverso il gioco il bambino apprende, acquisisce o consolida capacità. Il gioco diventa “palestra” fisica, cognitiva e sociale. Con questo non si vuole certo dire che si gioca per imparare, ma è insindacabile che giocando si impara in quanto il gioco diventa esperienza.

Il bambino impara a giocare dalla madre. I primi mesi, volti al prendersi cura del bambino costituiscono, i primi approcci alla relazione madre-bambino. E’ la madre che comincia a creare con il bambino dei piccoli rituali giocosi che poi si evolveranno in misura direttamente proporzionale agli anni del bambino stesso.

L’esperienza di gioco, soprattutto nel caso dei piccolissimi, ha come veicolo principale il corpo. Da esperienza corporea quale è all’inizio, diviene poi espressione spontanea del proprio sé e della personale interpretazione della realtà circostante. Si traduce ben presto quindi in esperienza emotiva perché pervasa da desideri, vissuti, paure, stati emozionali in genere.

Nel gioco nasce anche la relazione sociale per il bambino che, per poter giocare con gli altri, ha necessariamente bisogno di negoziare con loro, condividere regole, relazionarsi ed emozionarsi.

Il bambino impara a superare l’egocentrismo infantile e sviluppa abilità sociali: l’alternanza, il rispetto del turno, il riconoscimento dell’altro avvengono nel gioco in modo spontaneo e affondano la motivazione nel gioco stesso che non potrebbe esistere se non partendo dal rispetto dei giocatori e delle regole pattuite e comunemente condivise.

Il gioco è anche espressione del vissuto interiore: il bambino giocando comunica la sua realtà. Un bambino che non gioca esprime un disagio che potrebbe essere rispetto a quella particolare occasione di gioco o in quella relazione stessa. Attraverso il gioco il bambino comunica con noi angosce e paure allo stesso modo in cui ci comunica benessere e allegria.

Il gioco dunque diventa comunicazione. Melania Klein definisce il gioco come “modo naturale di esprimersi del bambino e come mezzo di comunicazione con lui”.

Vediamo, quindi, come il gioco non è “solo gioco” ma attività educativa a tutti gli effetti: si impara ad esplorare e interpretare la realtà, a conoscere il proprio corpo, a relazionarsi con i pari e gli adulti, a comunicare ed esprimere le proprie emozioni.

 

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