L'assistente sociale come supporto alle famiglie.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

20.07.2011      L’articolo del mercoledì                                                    

dott.ssa  Maria Concetta Carruba


 

L’assistente sociale come supporto per le famiglie.


 

Nessuno insegna mai a essere genitori.

All’improvviso vi ritrovate con un bambino vostro, ed è fatta.

Potete sentire la responsabilità, ma potete filtrarla esclusivamente attraverso ciò che siete.

… la cosa più importante è che diventiate la persona più grande, più ricca d’amore del mondo …

perché è questo che darete ai vostri figli … e a tutti coloro che incontrerete. (…).

(Leo Buscaglia)

 


Amare qualche volta significa anche lasciarsi aiutare.

Amare significa cercare il bene per l’altro, l’amato, a qualunque costo. A maggior ragione quando l’amato è un figlio non ci sono mezze misure: chi ama spera e si auspica il meglio. Le situazioni difficili, i momenti di crisi, i momenti bui possono capitare ma in qualità di genitori si ha il dovere morale di fare in modo che nulla ricada sui propri figli. E’ importante, dunque, liberarsi dal pregiudizio e dall’egoismo e lasciarsi aiutare. Laddove una persona richiede aiuto ha conseguentemente aiutato i figli.

Fra le figure di supporto per la famiglia, quella dell’assistente sociale spicca per gli aiuti che può dare (anche per quanto attiene l’aspetto economico) e purtroppo anche per la “comune idea” (non tutti per fortuna, in molti sono andati oltre la visione tramandata un po’ per scarsa conoscenza dei servizi, un po’ per ignoranza) dell’assistente sociale come “colui che porta via i bambini dal nucleo familiare. Oggi parleremo di questo con una giovane ass. sociale, la dott.ssa Stefania Carruba che ci darà testimonianza e ci farà dono della sua visione ed esperienza.

 

La figura dell’assistente sociale è spesso associata a “colei che toglie i bambini alle famiglie”, dando la colpa all’operatore quasi come se, per riempire le proprie giornate, decide di distruggere una famiglia felice. Mi scuserete se non sono d’accordo con questa definizione e se proverò, nel mio piccolo, a dire la mia e a rendervi partecipi di un mondo forse a molti sconosciuto. Sono pienamente consapevole che le cose non vanno esattamente come dovrebbero e che non tutti sono all’altezza del ruolo che svolgono, ma per una volta voglio parlare delle cose positive che mi hanno convinta a scegliere questa professione. L’assistente sociale si occupa di svariate problematiche, apparentemente lontane tra loro, ma, se ci fermiamo a pensare tutto ciò che riguarda l’uomo è riconducibile alla famiglia. Anche se apparentemente ci si occupa di un minore o un anziano, nella stesura di un progetto di aiuto l’attore centrale sarà sempre l’intero nucleo familiare. Spesso alcuni eventi si abbattono sulle famiglie come un fulmine a ciel sereno, ed inevitabilmente modificano il modo di sentirsi famiglia. È necessario non solo occuparsi del problema, o delle persone che lo ha subito in prima persona, ma soprattutto del nucleo familiare che, da un momento all’altro, deve adattarsi ad un cambiamento inaspettato. Sarà cura dell’assistente sociale fare in modo che il nucleo si confronti, che metta in luce le proprie paure e che, con il tempo, si riconosca famiglia. In altri casi i membri delle famiglie sono come degli strumenti non accordati tra loro e quello che viene fuori è solo un gran baccano. L’assistente sociale può fare in modo che ognuno di loro capisca l’importanza dell’altro, e che si possa instaurare un rapporto di fiducia reciproca che permetta loro di suonare una grande melodia. Spesso l’assistente sociale diventa un punto di riferimento per i membri della famiglia, poiché parlare con una persona esterna può servire ad avere una visione più chiara della situazione, delle volte anche solo parlando del problema con serenità si riesce ad intravedere una soluzione che non si era presa ancora in considerazione. A volte, quando la situazione lo richiede, un bimbo deve essere allontanato dalla sua famiglia d’origine, naturalmente bisogna mettere al primo posto il minore ed il suo diritto ad avere una famiglia che lo cresca con amore. Ma talvolta l’allontanamento risulta inevitabile e, quando questo accade, è un dolore per tutti: per il minore, per la famiglia, per il servizio sociale competente ed in primo luogo per l’assistente sociale. Una sconfitta difficile da digerire dopo aver provato in tutti i modi a migliorare la situazione. E oggi, per avvalorare quanto detto, vorrei farvi dono anche di una mia esperienza. Del racconto di una mia tutor, grande professionista, che capì dell’importanza del suo ruolo professionale quando un minore da lei allontanato dalla famiglia, dopo un po’ di tempo la ringraziò perché gli aveva donato il regalo più bello: una nuova vera famiglia. Per quanto doloroso sia stato l’allontanamento, si era reso inevitabile.

E il fatto che il ragazzo, cresciuto e maturato abbia poi ringraziato l’operatrice dovrebbe farci riflettere sul fatto che scelte di questo tipo vengono affrontate con criterio, seguono iter lunghi e soprattutto nascono solo ed esclusivamente quando non c’è altra via percorribile.

Dott.ssa Stefania Carruba

 

Credo questo articolo possa essere utile a tutti per scoprire e conoscere le risorse del territorio e smettere di temerle, smettere di tenere come un segreto un problema che, non affrontato con professionisti competenti, potrebbe rimanere irrisolto.

 

Dott.ssa Maria Concetta Carruba

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Commenti: 1
  • #1

    Stefania (venerdì, 18 settembre 2015 00:13)

    Sono la moglie di Madonia rosario gentilmente mi può contattare grazie

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