Finestra sul mondo

Pedagogia speciale, integrazione scolastica: un canale originale per parlarne

ven

24

gen

2014

Ai genitori di bambini autistici

Gentili genitori,
all'interno del Centro Studi con il quale collaboro si sta conducendo una ricerca su Autismo e Famiglia. Io e tutto lo staff del Centro Studi, vi saremmo grati se voleste contribuire compilando un questionario anonimo online che trovate all'indirizzo 
 
 
Certa della vostra preziosa collaborazione, vi ricordo dell'importanza di investire, ciascuno a proprio modo, nella ricerca e, in questo caso, voi potrete farlo semplicemente concedendoci qualche minuto del vostro prezioso tempo. 
Grazie
 
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mer

24

lug

2013

Un'intervista.

(Immagine tratta da Google)
(Immagine tratta da Google)

Roberta mamma,moglie,donna: difficile conciliare tutto?

 

Ci sono giorni in cui mi servirebbe il dono dell' ubiquità per poter incastrare tutto alla perfezione in questo non sono molto diversa da ogni moglie-mamma-donna, mi appunto tutto perche' la precisione e la puntualità non sono il mio forte , lascio a domani quello che non sono riuscita a fare oggi , rinuncio al parrucchiere o alla palestra ma il tempo per le mie bimbe ed i viaggi lo trovo sempre.

 

 

 

Roberta quando nasce la tua passione per il viaggio?

 

Non c'è stato un momento preciso in cui mi è scattata la scintilla, l'amore per il viaggio e la scoperta mi è venuta crescendo. Sicuramente ha contribuito l'incontro con mio marito , lui aveva viaggiato davvero tanto per piacere e per lavoro e mi ha trasmesso anche la sua passione per l'avventura ed i viaggi on the road . 

 

 

 

E quando sono arrivati i bambini, e' stato più difficile viaggiare? A che età il primo viaggio?

 

No , non è stato più difficile, io non penso lo sia, ma è certamente un modo di viaggiare completamente differente ma è anche emozionante, stimolante ed assolutamente fattibile. Certo ho dovuto imparare a destreggiarmi nelle più disparate situazioni adottare accorgimenti e trucchetti ma ne è valsa e ne vale la pena. Sofia ha fatto il suo primo viaggio quando ancora era nella mia pancia, quella volta ero di cinque mesi e siamo andati a Barcellona a trovare degli amici, ho invece scoperto di aspettare Isabella quando eravamo in viaggio attraverso l' Argentina per entrambe quindi e' stato il destino a decidere che sarebbero diventate delle piccole giramondo.

 

 

 

Quindi la tua combriccola di viaggio e' composta da? 

 

Attualmente  e direi anche definitivamente siamo in quattro;  io , mio marito Andrea, Sofia che ha 6 anni e la piccola Isa di 9 mesi .

 

 

 

Più o meno quanti viaggi fate all'anno?

 

Non c'è una regola e dipende dagli anni , dagli impegni di lavoro e di scuola ma solitamente facciamo un viaggio importante con volo aereo e diversi viaggi più piccoli dove è previsto lo spostamento in auto, ma non è detto , nel 2011 ad esempio siamo stati a Parigi e Valencia con due voli aerei , un terzo volo  per il Portogallo era previsto in tarda primavera ma il giorno prima a Sofia e' venuta la varicella e tutto e' saltato ma poi in estate abbiamo fatto la valle degli orologi a cucù nella foresta nera. oppure come  l'anno scorso quando siamo andati in Argentina e Paragonia, con un viaggio così  importante e dispendioso, necessariamente gli altri viaggi dell'anno li abbiamo fatti a basso costo. 

 

 

 

 

C'è una piccola routine di viaggio cui non rinunciate mai?

 

Un po di tempo prima di partire iniziamo a leggere insieme a Sofia dei libri a tema , guardiamo dei depliants o delle immagini sul paese che presto visiteremo, con l’aiuto di una cartina magnetica le indico dove andremo e cerco di spiegarle le distanze . 

 

 

 

Nel tuo blog ci sono tante pillole di saggezza rispetto ai viaggi con i bimbi,le stesse di cui ti ho chiesto di parlare su Giocolandia. Come è quando nasce l'idea del blog?

 

Quando è nata Sofia io e mio marito viaggiavamo molto e con lei piccolina abbiamo continuato a farlo non vedendo ostacoli a questa nostra passione anzi cercando di trasmetterla a lei . Ma mi sono accorta che viaggiare con un bimbo di pochi mesi non è per tutti così scontato , molti , anche tra i nostri amici , trovano difficolta' , hanno ansie e paure . E' nata cosi' l'idea di scrivere le mie esperienze positive in un blog, itinerari tematici, mete per bambini , ma soprattutto condivisione e spunti per viaggiare sereni con la famiglia. 

 

Roberta ti va di raccontarci del tuo primo viaggio da mamma?

 

Mi ricordo che quando Sofia aveva poco più di quattro mesi siamo andati in Alto Adige per qualche giorno, ricordo che ero preoccupata di come avrebbe reagito al suo primo viaggio lungo in auto , però è stata molto brava e siamo arrivati a destinazione senza tappe intermedie. 

 

Per le uscite siccome aveva nevicato parecchio e c'era molto freddo la mettevamo dentro all'ovetto del passeggino avvolta da un sacco termico , lei stava benissimo e noi potevamo passeggiare per ore.

 


Il suo primo viaggio in aereo e' stato invece a dieci mesi per andare a Vienna,

 

 

 

 

 le ho dato la pappa al castello di Shonbrunn , cambiato il pannolino nella foresta di Vienna…. ma non sarebbero stati gli stessi fantastici viaggi senza di lei.

 

Rispetto all'ultimo viaggio come e cosa e' cambiato?

Ahhahaha....In questo momento  la tua domanda mi fa sorridere, perchè dal primo viaggio a questo ultimo che abbiamo fatto è cambiato davvero tanto ma è come se non fosse cambiato nulla, mi spiego meglio, iniziavamo a viaggiare leggeri, non molte medicine in valigia, senza passeggino o zaino porta bimbo..... Invece con la nascita di Isabella che ora ha 9 mesi dobbiamo nuovamente partire attrezzatissimi, con tanto di pappe, biberon, latte in polvere, thermos, piastra elettrica per scaldare il cibo.....insomma come avere appresso una casa! a parte gli scherzi, sono certamente una mamma che oggi rispetto a 6 anni fa viaggia più sicura e serena  .  Tante emergenze successe nei nostri viaggi, come quando a Stoccolma siamo dovuti ricorrere urgentemente al medico perchè a Sofia era venuta una fortissima congiuntivite , o quando in Alto Adige durante una passeggiata in un sentiero Sofia dopo essere stata attaccata da una sciame di vespe, è stata punta in più zone del corpo o quell'altra volta a Venezia , subito dopo l'arrivo a Sofia è venuta la febbre oltre i 40 gradi per una infiammazione alla gola, sono esperienze che mi hanno rafforzato e so che se malauguratamente dovessero succedere ancora sarò in grado di affrontarle meglio .

 

 

Quale la prossima meta?

 

Siamo appena rientrati dalla Riviera Romagnola e da tempo avevamo pensato ad un' itinerario da fare per fine giugno ma poi da poco abbiamo cambiato idea , ora siamo in piena fase organizzativa per l'estate , forse un viaggio in aereo per fine estate e due viaggi in auto uno a breve in una bella regione italiana e uno fra qualche settimana all'estero ma non posso svelare nulla di più .

 

 

 

Ciao Roberta un ultima domanda: il viaggio dei tuoi sogni, quello che da tanto vorresti fare?

 

Ci sono tanti posti che vorrei visitare ma in cima alla mia wish list c'e' Israele e la Giordania ma ci sono anche alcuni luoghi dove ho lasciato un pezzetto di cuore e dove vorrei andare nuovamente con  le bimbe tra questi c'è l'Australia e l'Irlanda , perché  come diceva Proust, il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi.

 

 

 

Grazie.

Ringrazio Roberta per averci fatto dono della sua esperienza e aver condiviso quanto sia bello viaggiare con i bambini se si è ben organizzati!

Spero possa essere utile a molti.

 

 

 

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mer

10

apr

2013

Il parto di Mamma Jessica

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

10.04.2013

L’articolo del mercoledì                                                    

dott.ssa Maria Concetta Carruba

 

Il parto di Mamma Jessica

 

 

 

Partorire è vivere

intensamente

tutto quello che è possibile vivere.

Annie Leclerc 

 

 

 

 

 

Sono mamma 2 volte, di Filippo, nato nel 2007 e di Caterina, nata nel 2010.

Entrambe le gravidanze sono state volute, cercate e fortunatamente arrivate subito. La prima reazione è stata quindi di felicità anche se con un po' di sconcerto, della serie: “adesso ci siamo veramente”!

Rispetto ai parti ho due ricordi diversi.

Rispetto al primo ho un ricordo di sofferenza perchè è stato lungo e perchè per la prima volta in vita mia mi sono trovata di fronte alla sofferenza fisica. Sono però stata ripagata da una grande gioia non appena il bimbo mi è stato messo sul petto; lì, come mi ha detto mio marito, ho cambiato faccia.

Del secondo parto ho un ricordo positivo, è stato un parto molto veloce...in auto!!!

Nella notte sono partite le prime contrazioni, alla 40+1, e, dopo aver assicurato il piccolo Filippo alle cure dei nonni, io e mio marito siamo partiti per l'ospedale (per il quale ci vuole un'ora circa). Dopo poco, credo anche per gli scossoni che si prendono in auto, le contrazioni si sono fatte più forti e intense; la corsa verso l'ospedale è aumentata ma successivamente mi si è rotto il sacco e dopo poco ho iniziato a sentire le spinte ma eravamo ancora in superstrada e mancavano numerosi Km a Lecco. Allora mio marito ha chiamato il 118 descrivendo la situazione e chiedendo un intervento tempestivo, nel frattempo le spinte erano diventate ancora più pressanti, sentivo la testa che premeva, ho quindi fatto fermare mio marito ad una piazzola di sosta. Qui ha solo avuto il tempo di scendere dall'auto e venire dalla mia parte che gli ho detto: “togli la giacca e prendi la bambina che esce”...e così è stato, dopo un secondo la nostra piccola Caterina, coi suoi occhioni grandi spalancati e i suoi capelli dritti in piedi, è venuta al mondo nell'intimità dell'auto di papà!!!Subito me la sono messa sul petto, l'abbiamo coperta alla meglio (erano circa le 5 di mattina del mese di aprile e la brezza che arrivava dal lago si faceva sentire) e abbiamo aspettato i soccorsi, arrivati dopo circa 10 minuti, i più lunghi della nostra vita. Il 118 ha fatto tagliare il cordone al papà e poi ci ha trasportate in ospedale. Fortunatamente è andato tutto bene, sia io che la piccola eravamo in buona salute. Non c'è restato che avvisare nonni, parenti e amici, increduli e esterrefatti di fronte a questa grande avventura.

Entrambi i parti li ho vissuti bene anche perché mi hanno permesso di dare alla luce i miei due splendidi bimbi. Sono state delle esperienze forti e sconvolgenti.

Mio marito c'era entrambe le volte, è stato proprio bravo. La prima volta mi è stato vicino (e penso non sia stato facile vedermi soffrire...) anche se il mio riferimento principale era l'ostetrica, soprattutto durante la fase espulsiva. La seconda volta è stato protagonista e indispensabile per la nascita di Caterina. Ha avuto moto “sangue freddo” e tanta lucidità.

La sua presenza è stata importante, sia per me, sia per lui che ha assistito alla gioia e al mistero della vita che nasce.

Io racconto senza problemi le mie esperienze di parto, però dico sempre che ogni parto è a sé, anche per la stessa mamma, ma soprattutto che la reazione di ognuna di noi di fronte alle gioie e ai dolori del parto è differente, non si può quindi generalizzare. Sicuramente non è una passeggiata ma nemmeno una malattia ed è utile pensare a quello che viene dopo: la bellezza di abbracciare il proprio bambino e di crescerlo.

 

 

Grazie mille a Jessica per la sua esperienza così particolare!

Riprendiamo con i contributi sul parto, tanti sono già programmati per le prossime settimane, ma se volete inviate anche il vostro contributo a studioempathos@gmail.com indicando nell'oggetto contributo parto.

Grazie!

 

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mer

05

dic

2012

Il parto di Mamma Laura.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

 

05.12.2012

L’articolo del mercoledì                                                    

dott.ssa Maria Concetta Carruba

 

Il parto di Mamma Laura.

 


 

Partorire è vivere

intensamente

tutto quello che è possibile vivere.

 

 

 

 


3 Maggio 2012...finalmente mamma! Il mio doppio grande miracolo


I miei gemellini hanno aperto gli occhi sul mondo giovedì 3 maggio. Sono il nostro DOPPIO piccolo GRANDE miracolo, tanto atteso e sofferto, arrivato grazie alla medicina moderna, quando ormai avevamo perso le speranze..
Per cinque lunghi anni io non pensavo ad altro..il destino sembra accanirsi al grande desiderio di maternità che mi assale ma riesco a raggirarlo e fortunatamente dopo il 3^ tentativo di una icsi ( numero perfetto!!) …finalmente anch’io ho provato l’emozione di vedere il test positivo! Finalmente posso pronunciare due parole: “sono incinta!!!”

Quello che abbiamo passato ci ha unito ancora di più come coppia e insegnato a non dare niente per scontato..

6 ottobre 2011 1^ eco: due camere gestazionali,sento per la 1^ volta il suono più bello finora mai sentito: il battito dei cuoricini…la gioia è immensa! Insieme alla felicità trapela anche l’ansia… di perderli,di non arrivare alla fine della gravidanza, di non farcela a gestire due bimbi sapendo che gli sforzi sarebbero stati al quadrato..

La gravidanza gemellare prevede delle piccole attenzioni in più rispetto alla gravidanza singola qualche controllo in piu’,   ecografie , a doppi tracciati e un occhio più attento alla bilancia!!!

Sono riuscita ad arrivare al termine della gravidanza!!!!
Sono state nell’insieme 38 settimane meravigliose trascorse abbastanza serenamente…

Essendo entrambi podalici però mi si prospetta un cesareo programmato….
3 maggio 2012:

Alle sei ero già sveglia perchè in ospedale inizia il nuovo turno delle infermiere che entrano a misurarmi la pressione arteriosa..
Alle sette mi fanno un tracciato e rilevano i battiti.


Alle nove circa Mi metttono la loro camicia verde, mi infilano il catetere (pensavo facesse male e invece non ho sentito assolutamente niente) e mi fanno ancora le solite duecento domande che mi hanno fatto il giorno precedente...

Alle dieci si scende in sala operatoria quindi saluto veloce al marito, mamma, papà e si va...le prime lacrime iniziano a scendere ma più che altro per l'emozione che tra poco conoscerò i miei cuccioli!


Arrivo in sala operatoria, mi mettono la flebo, il misuratore per la pressione, mi fanno la spinale (un pò ho sofferto) e altre varie cose che non mi ricordo e anche qui altre duecento domande..arriva l’osterica di turno e mi coccola un po’…poi mi mettono il telo e si incomincia...

Mi è spiaciuto non aver potuto condividere quei momenti con mio marito accanto, come avviene invece nel parto naturale, ma lui era fuori dalla sala operatoria a fare il tifo per noi!!!!

L’ho sentito comunque vicino, in un’altra dimensione…

Le infermiere sono dolcissime e continuano a parlarmi e a rallegrarmi! In un attimo l’estrazione….Come è già tutto finito?

11.03 nasce Sofia …2,171 di tenerezza

11.04 arriva anche Davide …2, 475

Doppio evento!!
Due nascite in un momento!!...scoppio in lacrime finalmente sono mamma!


Mentre i medici ricuciono mi fanno vedere un fagottino...me lo mettono davanti ed è la mia Sofia ...bellissima, occhi vispetti con due guanciotte rosate e un ciuffo di capelli scuri propio come l'avevo sognata qualche tempo prima!!

E subito dopo arriva Davide ,una meraviglia dai capelli ,occhi chiari e tanta dolcezza … bacio entrambi sulla fronte e desidero tanto abbracciarli ma me li mettono per un’ oretta nella culla termica.

Invidio un po’ le neo mamme reduci dal parto naturale che sono già in piedi pimpanti che già si divorano una bella colazione mentre io sono attaccata a un flebo e per due giorni butto giu’ solo liquidi.

Dopo un giorno mi alzo dal letto, cammino con la “ gobba”…

I postumi del cesareo si fanno sentire ma il decorso post operatorio è stato regolare e recupero in fretta le energie perché la voglia di godermi i piccoli è tanta!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Li stringo tra le mie braccia nel primo pomeriggio ed è un’emozione immensa.

Siamo la mamma e il papà più felici del reparto!!!

Li amiamo alla follia!!!! E da quel momento inizia la nostra avventura in quattro, con doppie fatiche ma anche doppie gioie!!!!!!! Il mio, anzi il nostro sogno inseguito per anni finalmente si è avverato!!!!!!

Grazie Laura per il tuo racconto che ci ha commosso!

Di certo non è semplice con due pargoli che arrivano nello stesso istante ma come Laura ci racconta… è tutto doppio anche le gioie! Mamme in attesa di gemelli, tranquille dunque!Laura ci ha dato davvero una gran bella testimonianza!

Tante mamme hanno scritto e inviato il loro contributo, l'invito è esteso a tutte!!!Vi aspetto!!!

 

 

Dott.ssa Maria Concetta Carruba

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mer

28

nov

2012

Il parto di mamma Azzurra.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

28.11.2012

L’articolo del mercoledì                                                    

dott.ssa Maria Concetta Carruba

 

Il parto

L’esperienza di Mamma Azzurra.

 

Partorire è vivere

intensamente

tutto quello che è possibile vivere.

Annie Leclerc 

 

 

 

“Mamma... quante volte?

1 volta sola

Quale la prima reazione alla scoperta della/e gravidanze?

Era la quarta volta che vedevo quella riga rosa comparire sul test di gravidanza, la quarta volta che sentivo il cuore in gola per l’emozione, la quarta volta che vedevo le mie mani tremare per l’eccitazione, la prima volta che piansi per la paura di non farcela neppure quella volta. Dopo tre aborti spontanei mi sentivo ormai inadatta a ricoprire il ruolo di madre, pensavo che quelle esperienze fossero un segnale per dirmi che era destino che io non avessi figli. Credevo che forse c’era qualcosa d’altro in serbo per me, che non aveva niente a che fare con pannolini, biberon e tutine colorate. Mentivo a me stessa, perché sapevo di poter riuscire in questa impresa che doveva essere così naturale e scontata per una donna. Era frustrante sentirsi dire dopo ogni visita che gli esami erano a posto, che non c’era nulla di rilevante che potesse giustificare il fallimento di ciascuna gravidanza. Ero arrivata al punto di sperare che in me ci fosse qualche cosa di grave e significativo che potesse evidenziare la strada giusta per iniziare una cura mirata che risolvesse il problema. Ma dopo la quarta volta, il medico mi suggerì di provare con la cardioaspirina, una minuscola pillola, forse la meno costosa nel vasto mondo dei farmaci, per vedere se rendendo meno denso il mio sangue ossigeno e sostanze nutritive potessero meglio raggiungere il feto. Al secondo

controllo ero alla sesta settimana. Fissavo l’espressione del ginecologo mentre guardava il monitor durante l’ecografia. Un lieve sorriso sul suo volto e la frase che mi fece rinascere: “c’è il battito”. In quel momento capii che c’era una speranza, quel piccolo fagiolino stava vivendo.

Io mi sentivo viva.

 

Il parto... che ricordo hai?

Devo ammettere che pensavo fosse molto peggio di quello che in realtà ho vissuto. Ero rilassata e avevo completa fiducia di tutto il personale medico che è stato meraviglioso. E’ stato indotto perciò non ho avuto la sorpresa della rottura delle acque in casa o chissà in quale altro posto e i dolori sono durati per quasi sette ore ma sono scomparsi improvvisamente appena ho partorito. Vedere il mio piccolo uscire da me mi ha fatto dimenticare tutta la sofferenza che ho provato fino ad un minuto prima. Ricordo molto bene quando me lo appoggiarono sulla pancia e dopo averlo lavato e avvolto in una morbida coperta lo riposero tra le braccia sicure del neo papà. Non pianse neppure, era così tranquillo e sicuro che si addormentò.

 

Come lo hai vissuto?

Fu una vera lotta per riuscire a convincere il ginecologo a farmi l’epidurale. Io non sopportavo più il dolore alla schiena e chiesi per tre volte di chiamare l’anestesista per farmi l’iniezione, ma le ore passavano e non arrivava. Ero già dilatata di 8 centimetri e ormai l’epidurale non mi sarebbe servita a molto ma quando mi chiesero per l’ultima volta se la volevo risposi di si con un filo di voce, l’unica forza che mi era rimasta per sussurrare quel “si” disperato. Dopo l’iniezione mi sembrò di ritornare in vita dopo essere stata travolta da un autobus. Riuscii a rilassarmi e a concentrarmi per le ultime spinte.

 

Cosa vorresti raccontare di questa esperienza a chi è prossima al parto?

Quando mi ricoverarono il giorno prima della data stabilita per il parto, ebbi modo di chiacchierare con altre mamme che erano in ospedale per partorire o che avevano già il loro frugoletto tra le braccia. Sentii decine di racconti uno diverso dall’altro, ognuna che dava consigli sulle posizioni migliori per avere sollievo durante il travaglio, sui metodi di respirazione, su come allattare e quale tessuto era migliore per vestire un neonato. Non dormii molto quella notte, avevo la testa piena di dubbi e quei racconti non avevano fatto altro che confondermi e rendermi insicura. Mi resi conto che in realtà non sapevo niente di niente e che affrontavo quell’esperienza da sola; solo io e il bambino. Ogni esperienza è a sé e un consiglio che per me è valido per un’altra potrebbe non servire. E’ una sorpresa che lascio vivere a ciascuna mamma a modo suo.


Tuo marito (o altro membro della famiglia) ha assistito?

Quanto è stata significativa la sua presenza?

 

Mio marito mi è stato accanto sempre, e ricordo che cercava di farmi ridere raccontandomi storielle o facendo battute. Credo abbia perfino cantato ma stavo così male che non sentivo niente. Ricordo solo che le ostetriche ridevano ma io avevo solo una gran voglia di dirgli di stare zitto, ma non volevo che ci rimanesse male così lo lasciai fare. Dopotutto lo faceva per me. E’ stato coraggioso e mi ha supportato molto durante l’ultima ora quando stringendomi la mano a ritmo delle mie contrazioni mi ragguagliava su ciò che riusciva a sbirciare dietro il telo blu che mi avevano messo sopra la pancia.

 

Grazie ad Azzurra per averci donato la sua esperienza che di certo avrà dato tanta speranza a chi, come te, ha vissuto la sofferenza degli aborti spontanei prima di poter finalmente diventare mamma. Grazie mille!!!

 

Tante mamme hanno scritto e inviato il loro contributo, l'invito è esteso a tutte!!!Vi aspetto!!!

 

 

Dott.ssa Maria Concetta Carruba

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mer

21

nov

2012

Il parto di mamma Valentina.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

21.11.2012

L’articolo del mercoledì                                                    

dott.ssa Maria Concetta Carruba

 

Il parto

L’esperienza di Mamma Valentina.

 

Partorire è vivere

intensamente

tutto quello che è possibile vivere.

Annie Leclerc 

Mamma quante volte?

 

Mamma di Davide, al momento c'è lui che fa per tre!

 

 

Quale la prima reazione alla scoperta della/e gravidanze?

 

Non è passato molto da quando abbiamo deciso di voler avere un bimbo, diciamo che dopo 3 mesi un sabato mattina abbiamo scoperto che saremmo diventati genitori... la prima reazione è stata di incredulità, poi è scattata la risatina nervosa, mi ricordo che al papi erano venute le mani fredde! Alla fine me l'aspettavo, avevo avuto tanti piccoli segnali, quindi è bastato fare un unico test per averne la certezza.

 

 

Il parto... Che ricordo hai?

 

Del parto ho un ricordo davvero bello, tantissime emozioni, ancora oggi difficili da descrivere. Ricordo il supporto e la tranquillità.

 

 

Come lo hai vissuto?

 

La giornata era passata intensa: la mattina appena alzata avevo trovato dei filamenti rosei sugli slip, ma tranquillizzata dalla mia ostetrica siamo stati a Lecco a fare un giro, in una di quelle giornate con cielo terso e vento forte... nel pomeriggio avevo fatto una vagonata di crespelle da surgelare (avevo anche inondato la cucina di besciamenlla...). La sera, mentre il papi guardava la partita e io stiravo, ho cominciato ad avere qualche dolorino simile a quello durante le mestruazioni e qualche perdita rossa (erano le 22.00). Ho risentito la mia ostetrica e ci siamo accordate di risentirci dopo un'oretta. Sono così cominciate le contrazioni, prima lontane, poi più vicine. Le segnavo su un foglietto. Mi sono fatta una doccia e poi ho cominciato a preparare le ultime cose. A dire la verità mi è presa un po' di ansia e una forte nausea (ma io sono così all'ansia reagisco di stomaco). Sempre in contatto con l'ostetrica alla fine alle 3.30 il papi mi ha costretta a partire. Secondo me era ancora presto. Il viaggio in macchina è andato bene, un po' scomoda ma bene e siamo arrivati a Merone dove mi aspettavano le due ostetriche in casa maternità.

Mi sono sistemata nella stanza, mi hanno fatto tutti i controlli e con mia grande felicità avevo già una dilatazione di 6 cm.

Le contrazioni si sono fatte più intense e vicine, in certi momenti ero concentrata, in altri non pensavo a nulla, ma sempre sentivo le voci rassicuranti delle ostetriche e del papi. Tutto è continuato secondo i miei ritmi, alla luce soffusa e in una grande quiete e silenzio.

Con la prima spinta mi si sono rotte le acque, non avrei mai pensato che potesse essere un flusso così forte e abbondante!

Ho avuto la possibilità di potermi muovere come volevo, di girarmi accovacciarmi. L'unico elemento fastidioso era il monitoraggio ma sopportabile.

Alle 7.20 della domenica mattina Davide è nato. Il papi lo ha accolto e con l'aiuto dell'ostetrica me lo ha passato sotto alle gambe. Un piccolo gemito, non un pianto, e una bella fontanella di pipì ecco come si è presentato! Uno dei miei primi pensieri è stato "com'è pulito e bello" Poi l'ho preso in braccio e non ricordo molto di quanto successo forse si è attaccato al seno forse no... Non ricordo neppure quanto tempo sia passato...So che una volta espulsa la placenta il papi e le ostetriche hanno reciso il cordone e lo hanno medicato. Mi hanno visitata e messo un unico punticino. A quel punto ho lasciato Davide con papi e ostetriche per fare tutti i controlli e io mi sono fatta una doccia. Tornata al mio posto è cominciato il turbine di emozioni e i primi esperimenti di allattamento.

Le lacrime? Sono cominciate a scorrere il pomeriggio seguente. Mi è bastato sentire alla radio una canzone " Io voglio regalarti la mia vita. Chiedo tu cambi tutta la mia vita, ora" e sono arrivate a fiumi....

 

Tuo marito/ compagno ( o altro familiare) ha assistito al parto?

 

Il papi è stato presente e molto più attivo di quanto pensassi. Mi ha sostenuta nei momenti più difficili, mi ha aiutata a sorreggermi per mantenere le posizioni più comode, mi ha costretta a partire e non aspettare oltre. Diciamo che è stato il mio lato saldo a cui appoggiarmi e poi mi è stato vicino anche durante i giorni successivi. Siamo stati in casa maternità per 5 giorni. Servita, coccolata e supportata da lui e dalle ostetriche. E poi altri dieci giorni a casa. Si era tenuto da parte un po' di giorni di ferie per farli quando sarebbe nato Davide.

 

 

Quanto è stata utile la sua presenza?

 

La sua presenza è stata fondamentale.

 

 

Cosa vorresti raccontare di questa esperienza a chi è prossima al parto?

 

Io sono stata fortunata ad aver avuto l'appoggio di una struttura con persone davvero valide sia dal punto di vista professionale che dal lato umano. Avere il supporto non solo durante la gravidanza e il parto ma anche durante il primo mese e oltre, per me, neomamma, è stata una vera rassicurazione. I piccoli problemi quotidiani sull'allattamento, gli ingorghi, i pianti, i patelli... tutto è stato risolto con naturalezza e semplicità.

Purtroppo in Italia non funziona come in tanti paesi europei dove un "trattamento" di questo tipo è nella norma. Sono quindi strutture private senza sovvenzioni. Credo che rinunciare alle vacanze per un po' e a qualche cena fuori sia stata la migliore scelta che potessimo fare!

 

Credo inoltre che arrivare al parto rilassati (facevo visualizzazioni e relax durante i corsi preparto), tranquilli e soprattutto in forma (tra passeggiate, ginnastica anche del pavimento pelvico e piscina) mi abbiano aiutato moltissimo. Il peso? Non ricordo nemmeno quanti chili ho messo su! Forse 19....

 

 

Valentina, mamma in rete che potrete trovare qui, ha condiviso con noi la sua esperienza di mamma. Grazie mille cara per questo momento di condivisione!Valentina ha anche toccato uno dei tasti “dolenti” della gravidanza: l’aumento del peso. Ma di questo avremo modo di parlarne più avanti.

Grazie mille!!!

 

Tante mamme hanno scritto e inviato il loro contributo, l'invito è esteso a tutte!!!

Vi aspetto!!!

 

 

Dott.ssa Maria Concetta Carruba

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mer

14

nov

2012

Il parto di mamma Antonina.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

14.11.2012

L’articolo del mercoledì                                                    

dott.ssa Maria Concetta Carruba

 

Il parto

L’esperienza di Mamma Antonina.

 

Partorire è vivere

intensamente

tutto quello che è possibile vivere.

Annie Leclerc 

 

 

 

“Mamma... quante volte?

Sono mamma di due figlie femmine.

 

Quale la prima reazione alla scoperta della/e gravidanze?

Ci sono momenti della nostra vita che nonostante il tempo passi,non dimentichi mai.

Aspettavamo la prima gravidanza da un annetto ma niente sembrava non arrivasse mai ,ogni mese era uno strazio dover accettare quel segno negativo .Ma quella volta nel vedere quel segno positivo la gioia era cosi tanta che piansi per almeno un’ora,ma questa volta erano lacrime di gioia..Invece per la seconda gravidanza,tre anni dopo tanta è stata la gioia scoprire che al primo tentativo la Nostra piccola già si faceva spazio dentro di me.

 

Il parto... che ricordo hai? Come lo hai vissuto?

Il ricordo dei miei due parti sono entrambi abbastanza dolorosi ma ,mentre nel primo parto ero partita con l’ entusiasmo di chi vuole stringere tra le braccia il proprio figlio saltando volentieri la prima fase di questa avventura nel secondo parto avevo già acquisito l’esperienza del dolore che si prova ogni volta che arrivano le contrazioni ,del respiro che ti manca quando devi iniziare a spingere e anche le forze cominciano a mancare sembra che quei momenti siano interminabili i minuti ti sembrano ore e le ore un’eternità.Ma quando il pianto di quel piccolo fagottino interrompe quell’attimo di sofferenza ,si ferma in quel preciso istante il dolore per dare spazio alla gioia più assoluta nel vedere e sentire il tuo piccolo davanti ai tuoi occhi ed è vero ,reale non è più dentro di te ma è con te.

Tuo marito (o altro membro della famiglia) ha assistito?

Purtroppo un po’ di tempo fa non erano ammessi in sala parto i papà e nessun familiare .Nemmeno in sala travaglio cosi eri da sola ad affrontare il tutto senza nessuno a cui poterti aggrappare o darti un pò di conforto .Con molta franchezza mi sarebbe piaciuto sapere come mio marito avrebbe reagito,ogni tanto ne parliamo ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare!

 

Cosa vorresti raccontare di questa esperienza a chi è prossima al parto?

La mia esperienza non è diversa da tante mamme che decidono di affrontare una gravidanza che per quando possa essere serena fa scaturire in ognuno di noi vortici di emozioni e sensazioni irripetibili ansie e preoccupazioni che cambiamo a secondo della giornata .Ma se tutti questi cambiamenti servono a fortificare il carattere,a dare serenità e ad affrontare la vita in modo positivo con la gioia di essere madre, dico proprio che vale la pena viverli. Ma soprattutto non c’è cosa più bella al mondo che vedere il sorriso di tuo figlio quando lo incontri per la prima volta dopo la fatica. E, lontano nel tempo, è stato meraviglioso incrociare lo sguardo di una delle mie due bimbe mentre mi mostrava la sua meravigliosa principessa! Adorabile cuore di nonna sua!

Da solo mamma a mamma e nonna e… e la vita continua…

 

Antonina è una giovanissima nonna che con grande passione e voglia continua a informarsi e a voler scoprire sempre qualcosa in più del fantastico mondo dei bambini.

Grazie mille per le tue bellissime parole e per averci fatto dono della tua esperienza! Di quanto è meraviglioso improntare con i propri figli, quando saranno grandi e ci renderanno nonni, un dialogo da “mamma a mamma”!

 

Tante mamme hanno scritto e inviato il loro contributo, l'invito è esteso a tutte!!!Vi aspetto!!!

 

 

Dott.ssa Maria Concetta Carruba

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mer

07

nov

2012

Il parto di mamma Federica.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

07.11.2012

L’articolo del mercoledì                                                    

dott.ssa Maria Concetta Carruba

 

Il parto

L’esperienza di Mamma Federica.

 

Partorire è vivere

intensamente

tutto quello che è possibile vivere.

Annie Leclerc 

 

 

 

Mamma... quante volte?

Due, la prima volta a 30, la seconda a 34. Belle, intense, volute entrambe e godute entrambe. Sono mamma due volte e due volte cambiata. Ho due bambini e due modi di essere mamma. Due approcci a due esserini così diversi e tutti da scoprire: e sintonizzandomi sull'uno o sull'altro scopro cose di loro e di me che non sapevo.
Quale la prima reazione alla scoperta della/e gravidanze?

La prima gravidanza è stata "pianificata", eravamo sposati da 3 anni e prima di mettere su famiglia abbiamo aspettato di finire casa e poi di fare il nostro "2° viaggio di nozze", a Cuba.

Siamo partiti per Cuba con l'idea di tornare in 3... Il primo giorno di ritardo io sapevo già di essere incinta. Ero sicura. Come ero sicura che fosse un maschietto. Appena fatto il test, avevo già deciso il nome Filippo il nome per un bambino fico, simpatico e peperino. Avevo anche il nome per una femminuccia, Flavia, ma tanto per.. perché sapevo che era un maschietto. La mia gioia è stata immensa, la consapevolezza di aver avuto quello che volevo naturalmente e velocemente mi portava a credere che tutto sarebbe andato naturalmente bene perché  tutto avrebbe seguito il corso naturale delle cose.

La gravidanza di Edo è stata la mia terza gravidanza, tra le due ho perso un bambino (una bambina io penso) di 8 settimane. Quando abbiamo ripreso a cercare un bambino dopo questa brutta esperienza ero ormai disincantata, nulla era più scontato... Quando ho scoperto di essere incinta, sono stata felice, ma non trasportata dall'ebbrezza della prima volta. Avevo paura.. una paura che non mi ha abbandonato mai fino alla fine e che solo il mio cucciolo, accarezzandomi da dentro la mia pancia già a 14 settimane riusciva a lenire. Edo ha instaurato un rapporto con me da dentro la pancia, si è preso il suo spazio giorno dopo giorno facendosi sentire e facendomi compagnia, quando le contrazioni premature prima e i sanguinamenti della placenta previa mi hanno costretto a letto.

Il parto... che ricordo hai?

Il parto di Filippo è stata l'esperienza più bella della mia vita. Il parto è stato indotto e Filippo è nato 22 ore dopo l'induzione. Il travaglio è stato lungo e complicato, ma poi è intervenuta l'epidurale che io consiglio a tutte, ripetuta anche poco prima del parto che ha fatto si che i miei ricordi siano di pura estasi (e neanche un punto!). Quando spingevo sentivo solo la sua testolina e spingevo con lui, come per aiutarlo.. per accompagnarlo.. sentivo che eravamo una cosa sola, che ci collaboravamo all'unisono.. poi è uscito e me l'hanno messo in braccio con i suoi occhioni scuri spalancati, bello, curioso, ho guardato quegli occhi e me ne sono perdutamente innamorata. Ricordo di aver pensato che quell'esserino guardandomi negli occhi avrebbe potuto avere tutto quello che voleva dalla mamma e così è...

Edo è nato con parto cesareo a 36 settimane, dopo 20gg di ricovero ospedaliero forzato e di immobilizzazione a letto, causa placenta previa.

Il parto è stato una liberazione e allo stesso tempo un'ansia per la sua prematurità.

Ero immobile, fili collegati ovunque, un telo a nascondere quello che avveniva dentro di me e due persone che mi tiravano fuori il mio cucciolo dalla pancia. Non mi è piaciuto subire un cesareo, è stato tutto così freddo, così passivo, come se non stesse succedendo a me.. Poi il fatto che Edo fosse prematuro ha fatto si che io abbiamo solo potuto vederlo un attimo, neanche toccarlo... è stata dura. Per fortuna tutto poi è andato bene.

Come lo hai vissuto?

Euforia, senso si onnipotenza, ebbrezza infinita, gioia, soddisfazione... la prima volta.

Liberazione, paura, senso di impotenza... la seconda volta.

Tuo marito/compagno ha assistito al parto? ( o altro familiare)

Laprima volta appena arrivati all'ospedale ci hanno assegnato una stanza tutti per noi , una delle meravigliose sale travaglio di cui il mio ospedale disponeva. Una stanza tutta per noi dove ridere, scherzare, chiacchierare, soffrire, gioire, con la musica di sottofondo e niente oltre noi 3. Siamo stati lì dalle 16.30 del giorno prima fino a 2 ore dopo la nascita di Filippo.

E' stato bellissimo vivere insieme il travaglio e soprattutto il parto. Mio marito era entusiasta, mi ha sostenuta, motivata, coccolata, mi ha fatto ridere quando sembrava impossibile e ha visto suo figlio nascere.. è stato uno dei momenti più belli della sua vita. Una esperienza forte, ma meravigliosa e che consiglia a tutti. E anche io.

Quanto è stata utile la sua presenza?

Tantissimo. Ma più che utile è stata giusta, cioè secondo me è così che dovrebbe essere. Mi ha aiutato tantissimo, ma soprattutto sono felice che abbiamo vissuto insieme questa esperienza meravigliosa.
Cosa vorresti raccontare di questa esperienza a chi è prossima al parto?

Racconto a tutti il parto di Filippo perché è stato veramente un momento di estasi. A chi è prossima al parto direi di goderselo e viverselo appieno perché anche se è difficile da credere, difficilmente in futuro saranno più felici di quanto lo saranno state quel giorno.

A chi mi chiede del cesareo, dico di non sceglierlo. Dico che non è bello. Dico che se possono i figli devono nascere naturalmente.

 

Grazie Mery per avermi fatto fare questo viaggio dentro me stessa e avermi fatto scoprire qualche nervo scoperto che ancora ho rispetto alla nascita di Edo. E per avermi fatto ricordare quanto meravigliosa può essere la vita quando prepotentemente arriva.

Cara Federica, grazie a te per aver fatto dono delle tue esperienze a tutte noi!

Anche Federica ha un blog dove si racconta come mamma, donna e moglie.

Oggi però per noi ha raccontato il suo viaggio per diventare mamma!Grazie!

 

Tante mamme hanno scritto e inviato il loro contributo, l'invito è esteso a tutte!!!

Vi aspetto!!!

 

 

Dott.ssa Maria Concetta Carruba

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mer

31

ott

2012

Il parto di mamma Stefania.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

31.10.2012

L’articolo del mercoledì                                                    

dott.ssa Maria Concetta Carruba

 

Il parto

L’esperienza di Mamma Stefania.

 

 

Partorire è vivere

intensamente

tutto quello che è possibile vivere.

Annie Leclerc 

 

 

 

Mamma... quante volte?

Sono diventata mamma due mesi fa per la prima volta!

 

Quale la prima reazione alla scoperta della/e gravidanze?

Non ci potevo credere... Il più bel progetto della mia vita stava realizzandosi. Subito dopo la paura di non essere all'altezza mi assaliva. Ma sono davvero pronta?

È poi,  andrà tutto bene? Credo di aver superato questa paura solo dopo il terzo mese, li' ho iniziato a fantasticare sul nome, su cosa potevamo fare insieme, ho immaginato il suo visino... 

 

Il parto... che ricordo hai?

Credo sia troppo presto per me per esprimere pareri positivi sul mio parto, c'é bisogno di più tempo per metabolizzare. Sono arrivata in ospedale tranquilla, convinta di sapere quello che sarebbe successo visto che al corso pre-parto avevo affrontato l'argomento più e più volte... Che dire dopo tredici ore di Travaglio e un parto cesareo d'urgenza ho capito che non era così... Non immaginavo lontanamente  come sarebbero andate le cose... 

 

Come lo hai vissuto?

All'inizio ero consapevole che non sarebbe stato facile ma con il tempo i dolori aumentavano e speravo solo che finisse tutto subito. Dopo tredici ore il battito della mia piccola non si sentiva più e il dolore ha lasciato posto alla paura. Quando mi sono svegliata cercavo la piccola ma non c'era, subito i dottori mi hanno rassicurata e solo li' ho realizzato di avercela fatta e allora mi sentivo felice!!!

 

Tuo marito/compagno ha assistito al parto? ( o altro familiare)

Mio marito ha assistito al Travaglio, visto che non é possibile assistere al parto cesareo, ma sapevo che lui c'era e che mi sarebbe stato vicino anche se dietro la porta della sala operatoria.

 Quanto è stata utile la sua presenza?

È stato fondamentale averlo vicino, mi dava forza e mi sentivo capita. Avevo il timore che mi trasmettesse le sue paure, visto il suo carattere, e invece mi trasmetteva serenità ripetendomi che presto i dolori sarebbero passati e che avremmo abbracciato la nostra Sofia.

 

Cosa vorresti raccontare di questa esperienza a chi è prossima al parto?

Di certo auguro a tutte un parto meno travagliato del mio. Consiglio vivamente di fare i corsi pre-parto per confrontarsi con le altre donne che vivono la stessa situazione loro, ma di non aspettarsi, come me, di essere preparate all'evento. In compenso quando avrete tra le braccia il vostro "miracolo" sarete ripagate di tutto. 

 

Stefania è una mamma giovanissima che ha vissuto un parto non semplice affrontandolo con lo spirito e la forza di una mamma con la M maiuscola. Grazie mille a Stefania per averci donato la sua esperienza e lasciato un grande insegnamento:il miracolo della vita ripaga di tutte le sofferenze!!!E un caloroso benvenuta al mondo alla piccola Sofia.

Tante mamme hanno scritto e inviato il loro contributo, l'invito è esteso a tutte!!!Vi aspetto!!!

 

 

Dott.ssa Maria Concetta Carruba

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mer

24

ott

2012

Il parto di mamma Micaela.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

24.10.2012

L’articolo del mercoledì                                                    

dott.ssa Maria Concetta Carruba

 

Il parto

L’esperienza di Mamma Micaela.

 

Partorire è vivere

intensamente

tutto quello che è possibile vivere.

Annie Leclerc 

 

 

Ho conosciuto Micaela curiosando nel suo blog di mamma in rete.

Abbiamo condiviso opinioni e iniziative e, oggi, Micaela ci racconta, seguendo le direttive del canovaccio, il suo parto o, meglio, i suoi parti.

 

Mamma... quante volte?

3 volte in meno di 4 anni!

 
Quale la prima reazione alla scoperta della/e gravidanze?

Alla prima gravidanza ho provato incredulità, tanto che ho ripetuto il test almeno 2 o 3 volte, proprio perchè non credevo ai miei occhi, non avevo fiducia del test, etc... etc.. 

Alla seconda gravidanza, seppur cercata, non me l'immaginavo così "fulminea", quindi un po' di sconcerto me l'ha creato.

Alla terza ho detto: "Non può essere!"


Il parto... che ricordo hai?


Il primo: parto indotto, sotto effetto dell'ossitocina deliravo dal dolore, ero terrorizzata, avevo una paura di morire tremenda, non immaginavo potessero esistere dolori così forti, continuavo a dire: "Non riuscirò a sopravvivere, sto morendo!"

Il secondo parto: sapevo a cosa stavo andando in contro, ma non sapevo cosa significava partorire una piccola torella di oltre 4Kg, avevo accettato il fatto del dolore, l'avevo elaborato, ero arrivata alla conclusione: che se ne esce vivi, che ce la potevo fare anche io! E così è stato, anche se le conseguenze dell'uscita della bimba mi hanno lasciato strascichi per diverse settimane successive!

Il terzo parto: una vera passeggiata! Veramente! Ringraziando Dio, non ho mai sofferto di travagli lunghissimi, neanche le volte precedenti... so di travagli che durano per giorni e giorni, per me non è mai stato così e ne sono felice, ma il parto di Massimo è stato il più naturale possibile, il più goduto, il più tranquillo, il più veloce, il più sentito sentimentalmente, non so spiegare bene... ma è stato così, l'ho sentito "più naturale" degli altri, forse perchè stavolta non hanno fatto ricorso alla stimolazione, forse ho avuto modo di "abituarmi" al dolore, o forse proprio perchè si trattava del mio terzo parto, non saprei...  ma lo ricordo con estrema lucidità e, oserei dire, piacere!

 

Come lo hai vissuto?  

La prima volta è stata devastante, sia fisicamente e sia psicologicamente. Era tutto così nuovo, l'ignoto spaventa, terrorizza. E poi ci si mettono tutti i racconti allucinanti delle persone che ti circondano che, invece di tranquillizzarti non fanno altro che caricarti di ansie e paure. Ero quasi convinta che la prima bimba non avrebbe mai avuto un fratello ... e meno male che così non è stato.

Puoi fare tutti i corsi pre-parto che vuoi, non sarai mai pronta ad un momento simile.

E puoi fare anche tutti i figli che vuoi, quel momento rimane terrificante, ma appagante e straordinariamente potente!

Un senso di gioia pervade tutto il tuo essere, appena abbracci quel frugoletto che ti sei sentito crescere e muovere dentro per tanto tempo.

Niente è paragonabile a quel momento.

Fosse solo per quell'istante preciso, mi piacerebbe avere mille bambini.

 

Cosa vorresti raccontare di questa esperienza a chi è prossima al parto?

Nulla. Ogni esperienza è esclusiva. Ogni percezione sia del dolore, sia della paura e sia dell'immensa gioia è personale. Ogni storia è speciale e particolare. Non ci sono linee-guida, non ci sono massime da seguire. 

L'unica cosa che mi sento di consigliare, ammesso anche si seguano dei consigli in quei momenti, è di pensare che è garantito che paura e dolore PASSANO nell'istante stesso in cui il bimbo viene alla luce, è come se fosse un interruttore: ON-OFF.

Tutto finisce e c'è solo un'imparagonabile gioia!

 

Tuo marito (o altro membro della famiglia) ha assistito? Quanto è stata significativa la sua presenza?

Mio marito ha assistito a tutti e 3 i parti ed è stato di conforto, più che altro, morale: sapevo che c'era lui e che non ero sola quando l'ostetrica si allontanava e che se avevo bisogno di aiuto, lui correva a cercarla... 

per il resto, per come sono fatta, quando "soffro" tendo a chiudermi a riccio nel mio silenzio e non voglio che mi si tocchi, che mi si parli, che mi si respiri troppo vicino, quindi lui ha rispettato il mio modo di affrontare la cosa e mi ha accompagnato in queste mie avventure come un'ombra, ma con la discrezione ed il rispetto che ci vuole in un momento così delicato e potente!

Anzi, approfitto per dirgli: bravo! (non gliel'avevo ancora mai detto!)

 

Sono felice di aver ospitato Micaela con il suo contributo e di aver dato “un luogo” alla sua esperienza e al suo “ Bravo” dedicato al marito.

Credo sia interessante trovare un luogo di incontro e confronto e soprattutto avere uno spazio dove la nostra esperienza diventa “concreto dono”.

 

Ringrazio moltissimo Micaela per aver aperto le danze di questa iniziativa tutta al femminile…

Chi si unisce alle danze?

Vi aspetto!

 

 

Dott.ssa Maria Concetta Carruba

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mer

17

ott

2012

Il parto.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

17.10.2012

L’articolo del mercoledì                                                    

dott.ssa Maria Concetta Carruba

 

   

Il parto.

 

Parto: un tale dolore

dovrebbe essere sufficiente

per salvare il mondo

per sempre.

Toi Derricotte, Natural Birth, 1983

 

Partorire è vivere

intensamente

tutto quello che è possibile vivere.

Annie Leclerc 

 

 

La missione delle madri non è la procreazione, 

quanto la preoccupazione.  

Anche le amebe partoriscono, 

ma, per quanto ne so,  

se ne fregano.
Andrea G. Pinketts,
Lazzaro, vieni fuori, 1992

 

Scegliere solo una frase per descrivere questo evento meraviglioso?

Troppo difficile!

Trovare una ricetta del parto perfetto che possa andare bene per tutte?

Impossibile.

Il parto viene spesso vissuto come il momento conclusivo della gravidanza e delle attese che l’hanno accompagnata per tutti i nove mesi (o prima se in caso di parto pre-termine).

In effetti, non è che l’inizio: per il nascituro che con il suo pianto comunica al mondo la sua presenza, per i genitori che nascono una seconda volta insieme al loro piccolo!

La nascita di un bambino rivoluziona la vita di coppia, il proprio intimo sentire, l’organizzazione delle giornate e la gestione degli impegni.

Un figlio inevitabilmente vi induce a re-impostare la lista delle vostre priorità.

Con l’avanzare dello stato di gravidanza, il pancione che cresce, la prima comunicazione “il suo primo calcetto” cresce in maniera direttamente proporzionale con il desiderio di conoscere al più presto il bambino.

Ma il parto, l’azione che conduce al “venire alla luce” rimane la grande prova da affrontare prima di poter accogliere fra le braccia il bebè.

Quest’anno, da ottobre a luglio, vorrei dedicare spazio sul sito a questo tema.

Mi piacerebbe raccogliere anche i vostri contributi in merito, le vostre esperienze, ciò che vi sentite di raccontare alla future mammine che ci leggono.

Ecco un canovaccio su cui muoversi:

Mamma... quante volte?
Quale la prima reazione alla scoperta della/e gravidanze?
Il parto... che ricordo hai?
Come lo hai vissuto?

Tuo marito/compagno ha assistito al parto? ( o altro familiare)

Quanto è stata utile la sua presenza?
Cosa vorresti raccontare di questa esperienza a chi è prossima al parto?

 

 

E se invece siete future mammine…

Quali sono le domande che vorreste fare alle mamme che ci leggono?

Quali le vostri grandi paure?

 

Scrivete e inviate i vostri contributi a :

studioempathos@gmail.com

Oggetto: Contributo parto

 

Sto lavorando al sito che diventerà sempre più ricco e dinamico.

Ci saranno moltissime novità e occasioni di confronto!

Stay Tuned!

 

Dott.ssa Maria Concetta Carruba

 

 

 

 

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mer

27

giu

2012

Ancora una testimonianza sulla paternità.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

27.06.2012

L’articolo del mercoledì                                                    

dott.ssa Maria Concetta Carruba

 

   

Ancora una testimonianza sulla paternità...

 

"

La paternità....un' esperienza unica sin dai primi attimi .
Assistere alla nascita di un figlio è l'unica esperienza che sia riuscita a farmi sentire assolutamente vivo e che come per magia si rinnova ogni mattina , da oltre cinque anni , quando il mio Luca si sveglia e sorride . 
Mio padre mi ha sempre detto una cosa:
- fare il genitore è il lavoro più difficile del mondo , ma anche quello che in ogni giorno ti darà una nuova energia che solo quando sarai padre potrai scoprire!.
Ho scoperto questa energia e...con mia moglie Francesca desideriamo rinnovare al piu' presto questa bellissima esperienza con un'altro figlio.  "
Avevo chiesto ad A. di farmi dono della sua esperienza di padre qualche mese fa. " Non sembra ma è difficile da descrivere!".
Giorni fa mi è arrivato il suo contributo e con immenso piacere lo condivido con voi.
Credo che con queste parole A. ci abbia regalato molti spunti di riflessione.
Ci ha concesso uno spazio nella sua storia individuale di padre, ha voluto condividere e raccontarsi.
E' bello sentire la voglia di rinnovare questa meravigliosa esperienza...
Mi è molto piaciuta l'idea della genitorialità come energia. Credo fortemente che le parole del padre di A. siano di grande rilievo, un grande insegnamento e ringrazio anche per questo dono che certamente ha tutta una sfera affettiva e familiare come base.
La famiglia è il nido dove costruiamo i nostri ideali, le nostre riflessioni e impariamo ad essere le persone che siamo.
La testimonianza di A., ne è una riprova: genitori felici di essere tali, pur non negando le difficoltà e le paure, inevitabilmente crescereanno figli desiderosi di scoprire l'energia genitoriale.
Li avranno preparati e avranno dato l'impronta per imparare, o meglio per alimentare il forte desiderio di essere "bravi genitori".
Non è mai facile parlare di noi, di quella sfera intima che qualche volta fatichiamo a tirare fuori.
Ma quando riusciamo a farlo acquisiamo consapevolezza e offriamo in dono la nostra esperienza.
Ringrazio moltissimo A. per il suo contributo e per aver voluto condividere con noi la sua bellissima idea di paternità.
Di cuore ad A. e Francesca un grande in bocca al lupo per questo vostro nuovo progetto: che possa presto rinnovarvi la gioia e fornirvi altra energia! E al piccolo Luca facciamo i migliori auguri per il suo prossimo ruolo di fratellino maggiore!
Vi ricordo che potrete inviare i vostri contributi, le vostre riflessioni, un racconto di una esperienza, una richiesta di confronto collettivo a:
studioempathos@gmail.com.

Ricordo anche che, così come per il precedente anno, in luglio e agosto non avverrà pubblicazione degli articoli del mercoledì che riprenderanno in settembre. La newsletter avrà cadenza mensile (ultimo giorno del mese) per i mesi estivi e anche i corsi si riprenderanno a settembre. La programmazione di GioCoLanDia, invece, vi terrà compagnia tutti i giorni anche nei mesi estivi. Intanto procedono i lavori per apportare novità sia al sito dello Studio sia a GioCoLanDia. STAY TUNED!
Auguro a tutti serene e divertenti vacanze estive!

 

Dott.ssa Maria Concetta Carruba

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mer

16

mag

2012

I bambini e il magico mondo dei loro disegni.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

16.05.2012

L’articolo del mercoledì                                                    

dott.ssa Maria Concetta Carruba

 

   

I bambini e il magico mondo dei loro  disegni

 

Questa settimana, staccandoci per un attimo dalla "coppia",

vi propongo un articolo che mi hanno richiesto qui e dal momento che è risultato interessante vorrei condiverlo anche sul sito.

 


Una delle attività preferite dai bambini è sicuramente il disegno.

E’ la loro forma artistica di espressione dell’io. Spesso noi adulti siamo portati a pensarla come una semplice attività manuale.

Dietro a un disegno però ci sono tanti prerequisiti e tante abilità celate, nascoste.

A partire dalla semplice impugnatura del pastello che esercita la lateralizzazione, stimola la coordinazione oculo motoria, esercita le prassie, alimenta l’attenzione e la concentrazione, funge da sfogo e rappresentazione del se e di ciò che ci circonda.

Il disegno non è solamente una attività manuale. Il disegno è espressione, è comunicazione.

Naturalmente il processo che porta a un buon disegno è molto lungo e non sempre tutti hanno spiccate doti artistiche.

Rimane però comunque espressione e ciascuno può farlo a proprio modo.

Spesso i bambini sono più vogliosi di colorare che non di disegnare.

La loro paura più grande è  di non riuscire a rappresentare le cose per come vorrebbero o che gli altri non vedano il desegno proprio come loro invece lo vedono con i loro occhi!

E’ opportuno dunque spiegare  le differenze rappresentative che cambiano da persona a persona, che a maggior ragione sono differenti fra adulti e bambini.

I bambini sono più per la rappresentazione fantasiosa, non sempre non riescono a tradurre in comandi alle loro mani l’idea che nella loro mente ha preso forma.

Ecco perché spesso da un singolo tratto di matita, alla nostra domanda “cos’è?” loro, dopo un iniziale “ma come non lo vedi?”…

Sono capaci di trarre fuori un intero racconto, una vicenda dinamica e fantastica.

Noi adulti invece, siamo per una rappresentazione più realistica. Quando il bambino ci chiede una mano per dar vita a un disegno, lo fanno perchè vorrebbero imparare a disegnare in modo più realistico per passare dal disegno “pensato” (cioè come loro lo han pensato) al disegno “riconosciuto” (cioè “anche gli altri lo vedono come lo vedo io!”) 

 Ed ecco perché spesso esternano il loro desiderio con un “come lo fai tu”. Il disegno serve per esprimere se stessi e ciascuno può farlo a proprio modo, seguendo la propria fantasia, e diventa forma di comunicazione perché dal disegno si possono cogliere più cose che non dalle parole a maggior ragione quando i bambini sono piccoli e la loro voglia comunicativa si limita alla richiesta più che non a una vera narrazione.

Il disegno diventa veramente racconto dell’intimo.

In qualità di pedagogista ho voluto approfondire questo studio, specializzandomi in analisi dei disegni dei bambini. Campo di ricerca affascinante e sempre in aggiornamento che continuerò a seguire e di cui continuerò a interessarmi.

Per questo motivo sul mio blog GioCoLanDiA ho creato una rubrica “Mamma mi aiuti a disegnare?”, in modo da aiutare i bambini nel disegno attraverso piccoli step puntanto alla personalizzazione dello stesso.

Se volete dare una mano ai vostri bambini rispetto al disegno fatelo eseguendo il disegno insieme a lui, non per lui, step by step.

Scegliete di raffigurare in modo abbastanza stilizzato ma compensibile, aiutateli a trovare la loro vena artistica e inconsapevolmente li starete stimolando a tutta una serie di abilità educative che si nascondono dietro ai tratti di un pennarello.

Sul sito del mio studio c’è invece la possibilità di un corso anche in modalità FAD (formazione a distanza) su come interpretare i disegni dei bambini e in studio si effettuano analisi pedagogiche dei disegni del bambino.

E voi, avevate mai pensato a quanto sia importante per lo sviluppo armonico dei vostri bambini una attività come il disegno?

 

Dott.ssa Maria Concetta Carruba

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mer

09

mag

2012

E se i figli non arrivano?

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

09.05.2012

L’articolo del mercoledì                                                    

dott.ssa Maria Concetta Carruba

 

 

E se i figli non arrivano???

 

“Me and You, Just Us Two”

(Sex & the City 2)

 

E se i figli non arrivano?

Come si sopravvive a un tale diniego imposto dalla vita nonostante le nostre aspettative, le nostre volontà, il nostro desiderio?

Cosa succede alla coppia quando assiste al frantumarsi di sogni e speranze rispetto alla genitorialità?

Come ci si rafforza invece di cedere alla disperazione?

Quale nuovo senso dare alla propria esistenza?

Quante volte abbiamo sentito la frase “ non pensarci più di tanto e vedrai che arrivano …” detta e rivolta a quanti fanno fatica ad avere bambini. Quante volte abbiamo assistito alla smorfia di dolore per mancata sensibilità e tatto “e allora voi due, ancora niente?”.

Le problematiche relative alla procreazione sono notevolmente aumentate negli ultimi tempi, quasi come uno scherzo del destino: a maggiore miglioria dell’esistenza umana corrisponde una minore facilità nella procreazione rispetto al passato.

Questo non vuol dire che il problema non esistesse in passato o che sia nato da poco.

Non sempre i figli arrivano quando abbiamo deciso che si sentiamo pronti o quando abbiamo deciso che è il momento giusto, perfetto per farli.

Ci sono coppie cui il figlio è piombato per caso nella vita, come un dono inatteso, altre che riescono a programmarlo per filo e per segno e riescono nell’intento, chi rimane incinta immediatamente, chi ci mette molto più tempo, chi non si arrende, chi si abbatte, chi rinuncia, chi spera …

Non c’è un cammino comune per tutti, non c’è un iter perfettamente uguale per ogni coppia che si accinge e si incammina verso la genitorialità.

A volte, quando finalmente arriva quella sicurezza, quella voglia, quella determinazione a diventare mamma e papà capita però che, nonostante noi lo pensassimo tale, quel periodo non si rivela quello giusto e nonostante i vari tentativi il bambino non arriva.

Molti studi nel campo hanno permesso a molte coppie di coronare il loro sogno, non senza sacrifici, attese, delusioni. Molte coppie intraprendono il cammino della PMA, qualcuno alla fine porta a casa il proprio fagottino, qualcun altro alla fine non riesce e deve fare i conti con questa nuova realtà che, da quel momento in poi, contraddistinguerà la coppia.

Certamente è normale la sofferenza, la paura, lo sconforto. Ciò che però rende forte una coppia è l’unione, la capacità di affrontare tutto insieme, di appoggiarsi l’uno all’altro, sostenersi, confrontarsi e confidarsi.

Vivere un simile dolore insieme rende meno amara la realtà e rafforza la coppia.

E’ importante partire dal presupposto che la coppia, se salda, è già completa con la diade: due persone che stanno bene insieme saranno forti della loro unione nel bene e nel male.

Un bambino va cercato quando la coppia sente la voglia di passare a un livello successivo, di volersi sperimentare come genitori … non va mai programmato per colmare lacune o mancanze della e nella coppia. Un nuovo esserino che arriva deve essere accolto nel migliore dei modi, in un clima sereno e gioioso dove sarà parte integrante ma mai collante.

Se però nonostante tutti i tentativi i figli non arrivano la coppia si trova dinnanzi a un periodo critico che deve superare contando sull’unione, l’amore e la condivisione.

Mentre per quanti scelgono una vita senza figli è facile trovare quanto di positivo c’è nell’essere coppia non genitoriale, quale possa essere il senso di una vita per due, per quanti a tutto questo sono stati “costretti, cause forza maggiore” l’acquisizione e la consapevolezza di vie altre per progettare il futuro è un percorso che va partorito e costruito con assoluta calma.

I progetti fatti fino a quel momento vengono meno, anche gli spazi sembrano diventare inutili (pensate a camerette e stanza dei giochi per le coppie che non vedranno mai quelle stanze riempite di giochi e grida di bimbi)…

A quel punto la coppia deve reimpostare i progetti e gli spazi, trovare nella loro unione la motivazione, riscoprire i lati belli dell’essere diade, costruire nuovi percorsi comuni anche di svago, di hobbies, di viaggi e di cose da fare insieme per non sentire mai il peso di tempi morti o poco sfruttati. Lo stesso va operato per gli spazi: quella che avrebbe dovuto essere una cameretta nei progetti potrà diventare una craft room o la stanza degli hobby, la stanza dei giochi una palestra…

Bisogna ricominciare e bisogna ricominciare dal “NOI”.

Me and you, just us two!

Dove quel solo non indica mancanza o deprivazione come nel caso di only (soltanto, solamente…) ma inteso nel suo significato profondo di “esattamente”, “proprio”.

Un just carico di significato e significati, un just per ritrovare e ritrovarsi, un just per programmare e progettare ancora e sempre come un tutt’uno che non si sente manchevole o non abbastanza.

Un tutt’uno che ha rinunciato a un sogno ma non a sognare.

 


Dott.ssa Maria Concetta Carruba

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mer

02

mag

2012

Giocare per crescere.

(Foto da Rivista )
(Foto da Rivista )

 

02.05.2012

L’articolo del mercoledì                                                    

dott.ssa Maria Concetta Carruba

 

 

 

Questa settimana , dopo una pausa-articoli, riprendiamo con gli articoli della settimana. Condivido con voi il contributo pubblicato su BABYMAGAZINE che segue. Per l’appuntamento con “E quando i figli non arrivano?” rimandiamo a mercoledì 09/05/2012.

 

 

Giocare per crescere.

L’importanza del gioco nella crescita del bambino

 


Giocare è inventare, immaginare e costruire

(F. Reali; N. Barbiero)

 

 

 

Spesso noi adulti riteniamo il gioco come un'attività priva di significato, un inutile passatempo. Per i bambini, invece, il gioco è attività per conoscere e crescere.

Cos’è il gioco? A cosa serve? Generalmente noi adulti pensiamo che il gioco sia un “passatempo” per i nostri bambini, un’ attività priva di importanza, spontanea, improduttiva e disinteressata. In realtà per i bambini è un’attività che richiede impegno, energie e diventa una vera e propria necessità. Il gioco come tappa evolutiva. Quando gioca il bambino si impegna ad interagire con l’attività stessa, crearla, e cambiarla di continuo, cambiando con essa. Ogni occasione è buona per giocare, ogni oggetto può diventare un gioco fantastico, un pretesto per giocare. Giocare è necessario per i bambini tanto quanto per noi adulti può esserlo lavorare. Attraverso il gioco il bambino cresce e sviluppa le sue conoscenze dell’ambiente e delle cose che lo circondano,delle sue capacità e della relazione con gli altri, di cosa significhi "condivisione". Ai bambini non interessa il giocattolo ma il gioco in sé, ciò è dimostrato dal fatto che spesso preferiscono usare utensili e oggetti del quotidiano che non giochi magari troppo complicati dei quali adorano, spesso, più le confezioni che non il gioco stesso. Se dedicherete del tempo ad osservare il vostro bambino mentre gioca, vi accorgerete di come il gioco diventi per lui occasione per crescere.

Nel gioco il bimbo è parte attiva, si sente coinvolto e crea un linguaggio specifico anche per comunicare con gli altri l’impostazione e le dinamiche che esso prevede. Nell’inventare il gioco, esserne parte, il bambino va a stimolare fantasia e creatività. Attraverso l’attività ludica il bambino si esprime. Ecco che allora il gioco richiede la capacità di risolvere i piccoli problemi che ne derivano, che richiede la capacità di giocare con gli altri e condividere materiale e spazi. In questo caso allora gioco ed attività educativa vanno di pari passo. Ecco che allora risulta chiaro e scopriamo il valore educativo del gioco. Con il gioco il bambino impara a relazionarsi con le persone e con le cose e costruisce la propria identità, sempre più forte e sempre più consapevole. L’attività ludica diventa diritto per ogni bambino che si traduce nel benessere e nel divertimento. Un bambino sereno è un bambino che gioca sereno.

Un bambino che predilige giochi aggressivi, che attraverso il gioco esprime un disagio, racconta e si racconta nella sua mancata serenità. In questo senso si potrebbe definire il gioco come ponte di comunicazione fra genitori e figli, adulto e bambino. Mentre imparano, i nostri bambini, ci forniscono anche insegnamenti: su come basti veramente poco per divertirsi, sul senso di meraviglia che leggiamo nei

loro faccini divertiti, su come “cogliere” i loro comportamenti e imparare a giocare con loro. Con le fasi di crescita cambiano anche i giochi preferiti, le dinamiche di gioco, l'approccio ad esso: osservando i nostri bambini giocare potremmo cogliere i cambiamenti legati alle tappe evolutive e scoprire attraverso il gioco le loro nuove conquiste. L'attenta osservazione ci renderà consapevoli di quanto il gioco sia indispensabile nel processo di crescita di ogni bambino e ci aiuterà a comprenderli meglio, ad interagire con loro nel modo più adeguato a seguire passo passo la loro crescita.

Perchè giocare è...

Giocare, vivere, crescere.

 

 

 

 

Dott.ssa Maria Concetta Carruba

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mer

28

mar

2012

Un figlio... e adesso? Da coppia a genitori.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

28.03.2012

L’articolo del mercoledì                                                    

dott.ssa Maria Concetta Carruba

 

Un figlio, e adesso??? Da coppia a genitori.

…tutto inizia con l’apparizione di un essere,

che impone, ai miei movimenti verso di lui o di lei,

il limite e la legge dell’esistenza di un altro nello spazio

del mondo in cui vivo.

(Laura Boella)

 

 

 

 

Benissimo. Il tanto atteso bambino è finalmente arrivato. Dopo la gravidanza con le sue problematiche e le novità con cui ci travolge, dopo i cambiamenti di un corpo che sembra non rispondere più ai nostri “comandi”, dopo il parto e il rientro a casa … Si ricomincia la ricerca di un equilibrio e come singola persona e come parte della coppia.

La coppia vive la delicatissima fase di passaggio che va dalla diade alla triade, dall’idea di coppia a quella di coppia genitoriale. Durante l’attesa i genitori sembrano non attendere altro che diventare tali, poi qualche dubbio o qualche paura di troppo possono saltare fuori quando meno ce lo si aspetta.

Cambia l’organizzazione, cambiano i tempi e anche i luoghi. Cambiano inevitabilmente gli interessi, o meglio si plasmano in funzioni di esigenze, desideri, inclinazioni non proprie.

La coppia non ha più i tempi di prima per poter parlare, per dedicarsi tempo, vacanze … deve adeguarsi e adeguare i propri tempi in funzioni dei nuovi ritmi che si assumono.

Occorre trovare un nuovo modo per essere coppia e imparare ad essere coppia genitoriale, saper sfruttare e ottimizzare i tempi, condividere e affrontare insieme tutti i cambiamenti che si sono succeduti alla nascita del figlio.

Le coppie di oggi sono coppie che hanno un grande vantaggio rispetto a molti anni fa:

è una generazione che sa di più, che ha più strumenti, che si informa e forma più a lungo di prima.

Tuttavia è una generazione con più ansie e paure, che fatica maggiormente a mantenere in vita un matrimonio, che ha più distrazioni e più attrazioni di prima e, forse, riesce a concentrarsi poco all’interno di un progetto di vita così impegnativo e pieno di responsabilità.

Occorre partire dal comune vissuto di una nuova identità in costruzione: quella di madre e quella di padre.

Due identità con la stessa intensità di emozioni, con le stesse paure, con le stesse problematiche.

Se vissuta insieme, questa delicatissima fase può rafforzare la coppia e rappresentare un punto di forza, una certezza e un’ancora cui aggrapparsi anche quando, in qualche momento, ci si concedono paura e stanchezza. Sapersi uniti, insieme forti l’uno della presenza dell’altro rende più consapevoli e meno spaventati. Aprirsi per raccontare del proprio vissuto ma saper anche ascoltare per accogliere quello del proprio/a compagno/a.

Dinnanzi alla nascita di un figlio si è tutti un po’ smarriti e frastornati, il sapere sembra non essere mai abbastanza, ciò che è capitato a noi è sempre così diverso e unico rispetto alle storie degli altri.

E allora vivere insieme, come unica entità familiare questo percorso pone le basi per una più serena genitorialità e soprattutto per una sempre più unita coppia.

Da eterni fidanzati che vivono vite parallele che si incrociano nella stessa abitazione occorre diventare una costruzione fatta di due, che è più della somma di uno più uno, che deve assumere una forma del tutto nuova per accogliere quella che viene definita l’immensa gioia, perché si trasformi in progetto di vita responsabile e accogliente, per il neonato e per la propria neonata identità.( Di mamma in mamma pag. 23)

C’è un’altra fase che può risultare particolarmente delicata per la coppia: se i figli non arrivano?

Approfondiremo questo tema nel prossimo articolo.

 

Dott.ssa Maria Concetta Carruba

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mer

21

mar

2012

La crisi post partum e il ruolo degli altri significativi.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

21.03.2012

L’articolo del mercoledì                                                    

dott.ssa Maria Concetta Carruba

 

La crisi post-partum e il ruolo degli altri significativi


L’ascolto avviene nel deserto:

quella distanza non verrà mai abolita,

malgrado ogni occasionale bilancio di reciprocità…

(B.Rossi)

 

 

 

Una balena arenata, ecco come mi sentivo…

Grazia Colombo nel libro di mamma in mamma parla di Solitudine delle madri.

Quando si torna a casa, finalmente, con il proprio pargolo/a fra le braccia ci si immerge in una realtà nuova alla quale bisogna abituarsi. Dalle lamentele perché in ospedale non si riesce a dormire abbastanza, per le camere sempre affollate di parenti, per gli incontri cui partecipare con altre mamme per “imparare, fare…” al deserto di casa.

Il desiderio di tranquillità e pace, di viversi questo momento in solitudine potrebbe tramutarsi bene presto in senso dell’abbandono. Non più “una madre fra le tante in reparto”, ma madre a casa propria, fra le mura della propria abitazione. Così silenziosa, così “esigente”, così poco ovattata rispetto a quanto ci si aspettasse.

Una donna che diventa madre deve fare i contri con questo nuovo io appena nato, deve fare l’abitudine con i nuovi ritmi, con le nuove esigenze, con il suo nuovo orologio che non sempre dipende da lei …

Gli altri hanno un ruolo fondamentale in questo processo:

essere presenti e porsi in condizione d’ascolto.

Ascoltare in modo efficace e partecipe, ascoltare per rendere “accolte” le nuove esigenze di neomamma, ascoltare per lasciar tempo allo sfogo altrui senza intromettersi, senza “interferire”…

Questo l’unico modo per essere “altri significativi”.

E’ un periodo talmente particolare da rendere sempre più confusi anche i propri bisogni e le esigenze:

difficile stare da sole, ma non ci sta bene neppure la casa invasa dai parenti; difficile fare da sole come principianti, ma insofferenti a ciò che dicono le altre madri, difficile vedere il proprio compagno come padre oltre che come partner perché ciò che fa come padre sembra sempre al di sotto del dovuto o dell’atteso …

(Di mamma in mamma, p. 86)

Gli altri assumono, in questa come in altre fasi delicate della vita, un ruolo indispensabile e importante: ad essere richiesto è l’ascolto autentico di chi sa dare spazio e accogliere l’altro per offrirgli un posticino nella propria storia individuale.

Non esiste una ricetta perfetta che vi permetterà di imparare ad essere un “altro significativo”. C’è però un comune inizio per poter diventare tali:

ASCOLTARE…

 

Dott.ssa Maria Concetta Carruba

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mer

14

mar

2012

Crisi post partum.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

14.03.2012

L’articolo del mercoledì                                                    

dott.ssa Maria Concetta Carruba

 

Crisi post partum

 


Le crisi e le avversità,

spesso diventano occasione di crescita interiore

(I.                    Allende)

 

 

Sempre più spesso oggi sentiamo parlare di crisi post partum.

Il periodo della gravidanza è “accompagnato” da tutta una serie di visite, fra ecografie, visite ginecologiche e corsi preparto, che rendono la futura mamma al centro delle attenzioni di tutti , specialisti e famiglia.

Tutta la quotidianità ruota attorno al pancione che cresce, accorgimenti e piccole premure della famiglia permettono alla donna/futura mamma di sentirsi coccolata e accolta durante la delicatissima fase di passaggio da figlia a mamma. La società stessa partecipa a questo delicato momento di coccole : sa una signora incinta sull’autobus o sulla metro, al 90% verrà ceduto il posto con un sorriso sulle labbra, le si concederà di passare avanti se la fila dal dottore o a uno sportello è davvero lunga, ci sono addirittura le file speciali al supermercato per le donne in dolce attesa.

Tutto sembra, dunque, assumere un nuovo ruolo di cura nei confronti della futura mamma.

Dopo il parto però le cose cambiano notevolmente e spesso, forse, anche un po’ troppo repentinamente.

Il centro di tutto diventa il nascituro che, non solo “ruba” la scena alla mamma ma la investe di mille incombenze nuove con cui fare i conti.

Questi cambiamenti potrebbero generare paure e ansie che, se non affrontate ed esplicitate, potrebbero condurre alla depressione post partum.

Dal punto di vista statistico:

-          Psicosi post partum 1 donna su 1000 ;

-          Maternity blues 70% delle donne;

-          Depressione post partum 10% delle donne.

Vediamo nel dettaglio le differenze degli elementi presentati in elenco.

Per psicosi post partum si intende la forma più grave di depressione e richiede misure mediche tempestive. Fra i sintomi: agitazione, confusione, pessimismo, disagio sociale, allucinazioni, insonnia e tendenze suicide. E’ necessario il ricovero in ospedale. Fortunatamente avviene raramente che si presenti.

Per Maternity Blues , come da definizione winnicottiana, si intendono le prolungate e frequenti crisi di pianto, gli stati d’animo misto di tristezza e ansia che però tendono a scomparire nel giro di una quindicina di giorni. Non necessita di cure se non quelle relative all’assistenza di quanti circondano le mamme che ne sono colpite in modo che possano liberarsene e superare questa crisi. L’incidenza è molto alta.

La depressione post partum presenta sintomi tipici della maternity blues solo più accentuati e che si prolungano per un periodo più lungo che varia da qualche settimana a un anno. La cura consiste nella somministrazione di antidepressivi e con la psicoterapia fino alla completa scomparsa dei sintomi.

Nel linguaggio comune però sentiamo parlare solo di depressione post partum, termine che viene usato generalizzando e quindi in maniera non sempre pertinente.

Dovremmo piuttosto riferirci al maternity blues quando parliamo di crisi passeggere che interessano un’ampissima percentuale di mamme.

E’ indispensabile riuscire a circoscrivere questa crisi nella prima fase e superarla per prevenire problematiche successive.

Una maternity blues immediatamente rientrata evita successive fasi di peggioramento. Il problema principale è che questa crisi è spesso associata al senso di vergogna che limita l’esternazione e il confronto con gli altri. La vergogna di vivere un malessere interiore mentre tutto il mondo intorno continua a ripetere che si sta vivendo uno dei momenti più belli nella vita di una donna.

Ci si chiede se è giusto avere così tanta nostalgia della vita precedente, del lavoro e delle possibilità momentaneamente abbandonate, se questo senso di inadeguatezza sia giusto, se è possibile che tutto quello che gli altri ci presentano come periodo meraviglioso non rientri nei nostri canoni di “meraviglioso”, se è giusto pensare che non è proprio come ce lo aspettavamo …

Prenderne coscienza, parlarne e confrontarsi rappresentano i primi passi verso un superamento efficace di questa delicatissima crisi emotiva.

Nel prossimo articolo vedremo come gli altri abbiano un ruolo importantissimo.

 

 

 

 

 

 

 

Dott.ssa Maria Concetta Carruba

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mer

07

mar

2012

Maternità e paura di inadeguatezza.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

07.03.2012

L’articolo del mercoledì                                                    

dott.ssa Maria Concetta Carruba

 


Maternità e paura di inadeguatezza


La paura di non essere all’altezza,

ci fa salire di un gradino

(antico proverbio giapponese)

 

 

 

Generalmente, almeno per la grande maggioranza dei casi, la maternità arriva perché cercata, perché attesa, perché fortemente voluta. Quando finalmente compaiono le tre astine sul test di gravidanza che indicano appunto che il proprio ventre è abitato dalla creaturina frutto della speranza e delle attese, dopo un primo momento di felicità inarrestabile, comincia (o potrebbe cominciare) una fase di paure.

Sarò una brava mamma? Sarò capace di capire i suoi bisogni?

Riuscirò a gestire tutto nel migliore dei modi?

Queste fra le paure più comuni ad ogni mamma: dalla giovanissima alla mamma matura, dalla primipara alla già mamma.

La maternità porta con sé un senso di responsabilità mai sperimentato prima: ci cambia inevitabilmente.

E fra i mille progetti e le mille incombenze legate alla gestazione, si deve trovare il tempo per affrontare queste paure e queste domande per trovarvi risposte adeguate, per risolvere e superare.

Nelle varie consulenze alle coppie che vivono la fase delicatissima dalla DIADE alla TRIADE, da coppia a famiglia, da figlio a genitore è emerso chiaramente come sia indispensabile la condivisione e l’esternazione.

Spesso è nei circle time, o negli incontri del corso pre-parto che ci si sente liberi di poter affrontare e osar chiedere.

Nell’incontro con paure simili alle nostre, si trova conforto e ci si sente accolti.

Il fatto di non essere i soli a vivere sentimenti di questi tipo tranquillizza e riconduce a una naturale visione di ansie e futuro.

Quando il bambino/a nasce e viene posto/a fra le braccia della mamma tutto sembra essere passato o appare comunque risolvibile, salvo casi di depressione post partum che approfondiremo nel prossimo articolo del mercoledì.

Ma ci sono momenti in cui la paura può tornare in agguato:


-          Dall’ospedale a casa: e adesso come faccio?

-          Piange: perché?

-          Non dorme: perché?

-          Da mamma a tempo pieno al rientro al lavoro: è abbandono?

  1. La paura nel rientro a casa è assolutamente normale: da un luogo ovattato dove esperti e specialisti ci aiutano nella routine quotidiana con il bambino, ci si ritrova in casa, da sole a dover fare tutto senza l’occhio dell’esperto che ci indica cosa e come fare. Si vive un piccolo momento di smarrimento: è del tutto naturale, non abbiatene paura. Pian piano creerete la vostra rotine (vostra e dei vostri piccoli) quotidiana e imparerete a gestire tutto con tranquillità. Nei momenti di smarrimento ricordatevi che “siete delle brave mamme e che riuscirete ad entrare in sintonia con il vostro piccolo! E’ così per tutti!”.
  2. I bambini appena nati piangono. Piangono quando abbandonano il ventre materno e vengono al mondo come primo loro segnale di presenza: Ci sono! Piangono perché è la loro forma di comunicazione: è l’unico modo che hanno per dirvi che han fame, che han sonno, che han bisogno di essere cambiati o che stan poco bene. Voi dovete solo imparare a interpretare il loro pianto e rispondere ai loro bisogni. I bambini, soprattutto nelle primissime fasi di vita, vanno coccolati. Hanno subito un cambiamento di notevole importanza: dal pancione, dove si sentivano protetti e al sicuro, all’essere “catapultati fuori”. Hanno solo bisogno del vostro affetto e di sentirsi amati. La fase dei pianti apparentemente immotivati rientra molto in fretta.
  3. La gestione del momento della nanna è uno dei momenti che più mette in crisi le mamme. Il bambino sente della nostra ansia e allora si innervosisce maggiormente e anche lui vive male questo momento. Cosa essenziale da imparare soprattutto nei primi tempi è che bisogna impostare i propri ritmi in funzione di quelli del piccolo per non arrivare stremate a fine giornata: riposate quando dormono o sonnecchiano per recuperare le energie quando si sveglieranno. Imparate a creare insieme una piccola routine della nanna e fate in modo che questa sia facile “da trasportare anche fuori”. Il bagnetto caldo e con bagnoschiuma alla lavanda va benissimo e rilassa ma pensate a quando qualche volta vi capiterà di andare fuori a cena: questa potrebbe essere una routine un po’ fastidiosa da portare in giro. Allora pensiamo piuttosto a un momento in cui ci si mette il pigiamino, massaggiando con estrema dolcezza il piccolo così da favorire il relax, scegliamo un libro della nanna che leggeremo tutte le sere avvolgendo il piccolo in una copertina (o un lenzuolino nei mesi più caldi) come in fasce. Dopo la favola si dorme. Certamente questa è una cosa che richiede costanza e pazienza ma vedrete che troverete molto utile questa piccola vostra routine. Magari sarebbe utile farlo insieme al papà o una volta ciascuno, così che si abitui a dormire anche con persone diverse da voi.
  4. Il rientro al lavoro è uno dei traumi più forti che una mamma si trova a subire. Il passaggio da mamma a tempo pieno a mamma part-time rappresenta una fase delicatissima. Ci sono mamme super organizzate che fin da subito progettano ogni dettaglio e quando dovranno rientrare a lavoro dovranno solo mettere in pratica quanto pensato e studiato. Ci sono mamme che invece non ci pensan proprio e alla fine finiscono con l’improvvisare ogni cosa e ogni gesto al rientro a lavoro. Ci son mamme che non vedon l’ora di rientrare a lavoro e altre che invece non vorrebbero proprio. Rientrare a lavoro, al di là di come e quanto ci si è organizzati in tal senso, è il primo distacco: dopo nove mesi di simbiosi assoluta e dopo i primi mesi di vita trascorsi sempre insieme. Non è mai facile e anche lì ci si domanda sempre se è giusto o meno, se si sta facendo il bene del piccolo/a oppure no, se non si è troppo egoiste. Un uomo che diventa papà rimane lo stesso professionista di prima con una sfera personale più arricchita, con un ruolo nella società in più. Una donna che diventa mamma, invece, vive meno naturalmente questa scissione fra professionista e mamma. Conciliare lavoro e famiglia non è mai semplice ma può diventarlo se ci si prepara in tempo. Avendo tutto sotto controllo e organizzato saremo più serene al rientro. Se noi siamo serene lo saranno anche i nostri bimbi. Una mamma ansiosa e agitata trasmetterà inevitabilmente le stesse emozioni al piccolo/a. Bisogna viverlo bene e pensare che un rapporto troppo morboso non gioverebbe al pargolo/a e che concedergli/le relazioni diverse da quella madre-bambino rappresenta il primo approccio all’essere socium. Se il bambino/a all’inizio ci “punisce” allontanandoci o ignorandoci al nostro ritorno non occorre preoccuparsi perché è il suo modo di esprimere la propria opinione e di imparare a comprendere la situazione. Superata questa primissima fase, se saprete gestire con gran qualità i vostri momenti insieme vedrete che la situazione tornerà alla normalità.

Son i dettagli che fan la differenza in campo di “mammità” ed è nel concedersi di mettersi in gioco, di esternare, di sfogarsi che ci si libera di quelle paure che ci intrappolerebbero in un’ansia che diventa patologica. Una mamma serena rende sereni anche i suoi piccoli.

 

 

Dott.ssa Maria Concetta Carruba

 

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mer

29

feb

2012

Rare desease day.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

29.02.2012
 L’articolo del mercoledì                                                     
dott.ssa  Maria Concetta Carruba

Rare Desease Day 2012

A mio parere, studiando i disturbi più gravi
potremo illuminare ciò che rimane oscuro nella spiegazione
dei disturbi più leggeri
(FREUD)

Oggi, 29 febbraio ’12, si celebra la quinta giornata mondiale sulle malattie rare.
Vediamoci meglio, vediamoci meglio insieme:

 

 

Qui il video-

 

 

La giornata mondiale delle malattie rare è stata istituita per la prima volta nel 2008 per sottolineare il nuovo impegno, da parte di Istituzioni e centri di ricerca,nei confronti di tutte quelle malattie a scarsa incidenza che per tale ragione sono spesso “orfane” di terapie adatte e per le quali le diagnosi sono sempre molto difficili.
Il  tema di quest’anno è davvero molto particolare: RARI MA FORTI INSIEME.
Si vuole con questo sottolineare come sia importante la co-operazione, quanto sia indispensabile la collaborazione fra professionisti, lo scambio fra le famiglie e i pazienti stessi.
Il lavoro di squadra, insieme alle malattie rare, diventano protagonisti di una giornata mondiale volta alla sensibilizzazione e alla coesione professionale, oltre, naturalmente alla raccolta di fondi per finanziare la ricerca.
Si mira e si aspira a un vero e proprio team building che parta dalla presa di coscienza e punti al raggiungimento degli stessi obiettivi.
In Italia le malattie rare colpiscono oltre un milione di persone e una decina di milioni in tutta Europa. Esistono moltissime malattie rare, la stima del 2006 riportava una stima pari a circa 6000/7000 malattie rare, per gran parte di origine organica identificabili per un difetto dell’acido nucleico.
Fortunatamente negli ultimi anni c’è stata una forte sensibilizzazione e un notevole impegno in ambito di ricerca sia pubblica che privata.
Ovviamente, importanti e numerosi sono ancora i passi da compiere.
L’importante è però che le malattie rare abbiano trovato attenzione.
Moltissimi sono gli studiosi che si stanno impegnando in questa direzione, molti gli studiosi e i ricercatori che stanno operando in questa direzione.
L’informazione e l’impegno di questi professionisti per sottolineare come il sostantivo raro debba essere interpretato nella sua accezione positiva di “speciale, prezioso” e non come “diverso, minoranza”.
Perché ciascuno merita di essere posto nelle condizioni di vivere la propria vita nel migliore modo possibile.


Per avere maggiori informazioni su questa giornata vi consiglio di visitare il sito: www.rarediseaseday.org


Per approfondimenti :
www.lemalattierare.info;
www.uniamo.org;
www.osservatoriomalattierare.it


Esiste un numero verde, attivo dal lunedì al venerdì dalle ore 9,00 alle ore 13,00,
 800.89.69.49 TELEFONO VERDE MALATTIE RARE


risponde un’èquipe di ricercatori esperti che, mediante un ascolto attivo e personalizzato, accoglie e fornisce informazioni sulle malattie, le esenzioni ad esse relative, orientando la persona verso i presidi di diagnosi e cura della Rete nazionale malattie rare e le Associazioni dei pazienti.


 

Dott.ssa Maria Concetta Carruba

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mer

22

feb

2012

Relazione Scuola-Genitori: come gestirla?

(immagini tratte da Google)
(immagini tratte da Google)

22.02.2012
 L’articolo del mercoledì                                                     
dott.ssa  Maria Concetta Carruba

 

 

 

 

 

La relazione Scuola- Genitori: come gestirla?
Un punto di vista diverso: la visione dell’assistente sociale.



Ci siamo interrogati spesso, nell’ultimo periodo, su come andrebbe gestita la relazione fra Scuola e genitori, ci si è interessati su quanto sia notevolmente cambiato l’approccio fra questi “due attori” nel corso del tempo.
Nell’articolo di qualche settimana fa, si è manifestata la profonda convinzione di una necessaria relazione di fiducia e rispetto che vicendevolmente deve nascere fra Scuola e Famiglia.
Questa settimana ho voluto proporre la riflessione anche ad una figura diversa da quella del pedagogista, giusto per comprendere se ci sono dei punti di incontro, delle visioni comuni, delle strategie operative che si potrebbero condividere.
Oggi, infatti, avremo modo di leggere l’opinione di una assistente sociale.

“Ai nostri giorni è la scuola ad occuparsi del benessere psicofisico dei bimbi o sono solo i genitori?
Anche questa sarebbe una bella domanda cui trovare risposta. Spesso i confini della Scuola non sono più così marcati e definiti e talvolta ci si trova dinnanzi all’interrogativo su quanto e quando la Scuola può e deve intervenire.
Sembra così semplice ma in effetti non lo è.
La Scuola è il luogo dove il bambino trascorre una buona parte della sua giornata: può ignorare il benessere psicofisico del bambino? E’ solo dell’educazione che la Scuola deve occuparsi?
Un tempo si credevano responsabili solo i genitori, la scuola serviva  per “insegnare”.
Personalmente propendo, pur conscia delle difficoltà, per una Scuola capace di “accogliere” il bambino in modo globale.
A rendere maggiormente indispensabile una visione di questo tipo è anche la necessità di adeguarsi al nostro tempo.
Oggi i genitori sono sempre più impegnati nel mondo del lavoro, ci sono ritmi più frenetici e  probabilmente ( partendo dal presupposto che esista una efficace relazione fra Scuola e Famiglia) potrebbe davvero rivelarsi utile una Scuola attenta e premurosa al bambino nella sua totalità.
Indispensabile, però, che i genitori non cadano nell’errore della delega, nell’errore di pretendere una totale sostituzione che non gioverebbe al bambino e neppure alla famiglia stessa.
La cosa giusta da fare è instaurare una relazione genitori-insegnanti di fiducia e stima. Nessuno dei due attori dovrebbe sentirsi giudicato, né tanto meno inferiore all’altro. Lo scopo di entrambi è il ben-essere del bimbo, infatti, è accertato il fatto che i bimbi ottengono risultati migliori a scuola quando vi è un rapporto sinergico tra la scuola ed i genitori. Tanto più la comunicazione è interattiva e partecipativa tanto migliori potranno essere l’impegno ed il rendimento degli allievi. (E’ intelligente ma non si applica. Come gestire i colloqui scuola-famiglia. Vittoria Cesari Lusso, 2010). Un tempo i genitori ascoltavano tutto quello che gli insegnanti dicevano senza ribattere, questo perché gli educatori venivano visti come degli oracoli, come se non sbagliassero mai. Oggi forse (purtroppo)più spesso i genitori affrontano gli educatori con un atteggiamento difensivo, a difesa dei figli,.
Ciò in parte dipende dal fatto che i genitori sono sempre più istruiti e tendono a giudicare l’operato degli insegnanti da un lato, e dall’altro trascorrendo meno tempo (per motivi di lavoro) con i propri figli i genitori sentono questo forte dovere di difenderli, una difesa che a volte è operando con il semplice criterio dell’ “a prescindere”.
Quando qualcosa non va, o nell’atteggiamento del bimbo o nel suo rendimento scolastico, si cerca di trovare il colpevole, quindi iniziano le accuse da entrambi le parti e le relazioni degenerano.
 Per fare in modo che la situazione non diventi irreversibile è necessario attuare una comunicazione positiva e costruttiva, valorizzando i punti favorevoli e lavorando “insieme” su quelli critici, bisogna agire come in un team.
Naturalmente non è facile quando ci sono dei problemi pensare alla relazione genitori-insegnati, però partendo dal presupposto che lo scopo comune è il bimbo e la sua armonia, è necessario non farlo sentire tra due fuochi, ma entrambi devono mettersi a disposizione del bimbo per fare in modo che siano fonte di arricchimento e di esempio.”
Dott.ssa Stefania Carruba- Laurea in Servizio Sociale.


Possiamo dedurre da questo contributo che professionisti diversi, che però hanno in comune l’impegno per il ben-essere dei minori, condividono la necessità di una relazione efficace fra Famiglia e Scuola.



Letture  consigliate dalla dott.ssa Carruba Stefania:
E’ intelligente ma non si applica. Come gestire i colloqui scuola-famiglia. Vittoria Cesari Lusso, 2010.
Le relazioni genitori-insegnanti. Annella Bartolomeo, 2004.
I genitori nella scuola, manuale di presenza. Cannarozzo Gregoria e Colombo Maria Grazia, 2008.




Dott.ssa Maria Concetta Carruba

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mer

15

feb

2012

La tiflodidattica per l'integrazione del disabile visivo a Scuola.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

15.02.2012
 L’articolo del mercoledì                                                     
dott.ssa  Maria Concetta Carruba

 

 

La tiflodidattica come strategia di integrazione scolastica per il disabile visivo.

 

La nostra  capacità di raggiungere,
l’unità nella diversità,
costituirà la bellezza e il test,
della nostra società.
GANDHI

 

La diversità da sempre fa paura.
Tutto ciò che non conosciamo o è diverso da noi appare ai nostri occhi come monstra contro cui combattere.
L’Italia è però fra le Nazioni che si contraddistingue per l’impegno a favore della valorizzazione della diversità, dell’integrazione e tutela, del sostegno per migliorare la qualità di vita, e quindi anche il “progetto di vita”, dei disabili.
Tutto questo,poggiando le basi su un forte credo pedagogico che va in questa direzione, richiede un grande impegno.
L’arte dell’integrazione, differente dall’inclusione, richiede uno studio attento e mirato alla facilitazione che coinvolge alunni, insegnanti (di classe e di sostegno) e la stessa scuola.
Il disabile visivo, a maggior ragione, necessita di ausili specifici per rendere l’ambiente realmente educativo anche per lui.
Il processo educativo dell’alunno non vedente richiede all’istituzione scolastica precise competenze magistrali rispettose della sua “irripetibilità” (Abba, Bonanomi, Faretta, Soldati, 2001).
Un notevole aiuto viene dato, in questa direzione, dall’informatica e, più nello specifico, dagli strumenti tiflo-informatici: barre e stampanti Braille, sintesi vocali, video ingrandimento digitale, screen reader.
Tutte strumentazioni indispensabili per garantire un’integrazione efficace e competente.
Sull’uso delle nuove tecnologie come strumenti facilitanti ci vengono incontro anche i nuovi prodotti, quali ad esempio l’iPad con le sue innumerevoli componenti atte all’accessibilità.
La Apple si apre anche, come affermato nell’Educational Event tenutosi lo scorso 20 gennaio presso il Guggenheim Museum di New York, all’editoria scolastica e da l’avvio alla sperimentazione del prodotto iPad nelle scuole. Una la scuola italiana che sta già sperimentandone l’uso, l’istituto Ikanos di Grumello al Monte (BG).
Per parlare proprio delle ultime conquiste, dal manuale iPad, nella sezione accessibilità, si evince chiaramente come lo strumento possa avere una grande valenza educativa per l’alunno disabile rappresentando un facilitatore: tastiera braille Bluetoot aggiornabile e VoiceOver (che legge per noi e si attiva con semplicissimi sfioramenti dell’iPad).
L’informatica rappresenta davvero per l’alunno non vedente o con minorazione visiva (si può ingrandire il testo click) la chiave di accesso a una nuova e profonda rivoluzione culturale.
Utilizzo che vede grandi prospettive anche nel quotidiano e non solo a Scuola, eliminando o diminuendo ai minimi termini le necessità di delega ( sistemi di geolocalizzazione satellitare) incrementando l’autonomia.
Notevoli sono stati i miglioramenti e i progressi in questo settore partendo da semplicissimi software ad accesso facilitato per portare oggi a grandi conquiste valide pedagogicamente e idonee didatticamente.
Da un punto di vista più prettamente psicopedagogico questo potrebbe aiutare, e non di poco, nel superamento delle paure iniziali che si vivono (o subiscono?) all’ingresso dell’alunno disabile visivo  a scuola.
L’informatica potrebbe rendere l’approccio più armonico ed efficace permettendo una migliore gestione dei tempi, un migliore accesso ai contenuti che quindi favorirebbe la possibilità che l’alunno segua la programmazione scolastica di pari passo, o, in ogni caso, quanto più possibile.
Mi piace poter chiudere questo intervento con una citazione che credo proprio sposi bene con il credo pedagogico che avrete letto fra le righe:
“ Per molti la persona disabile è solo un problema. Lo è, ed è enorme per i genitori, in quanto scoprono di avere un figlio diverso dagli altri…
Lo è per l’insegnante, in quanto deve operare con un discente che non apprende come gli altri…
Lo è per tutti noi, per l’intera comunità civile di uno stato democratico che, ispirato al principio di solidarietà, deve tendere a programmare tutta una serie di accorgimenti strutturali per favorire l’integrazione dei più deboli.
Eppure sarebbe bello operare in maniera tale che la persona disabile non fosse più solo un problema, un peso da sopportare, ma diventasse per noi, prima di tutto, un progetto da realizzare.” (Luigi D’Alonzo- Disabilità e potenziale educativo – 2002)





Dott.ssa Maria Concetta Carruba

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mer

08

feb

2012

Internet safer day.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

08.02.2012
 L’articolo del mercoledì                                                     
dott.ssa  Maria Concetta Carruba


7 febbraio 2012: giornata della sicurezza nel web
Per me un computer è questo:
 è il più incredibile strumento
che abbiamo inventato.
E' come una bicicletta per le nostre menti
(Steve Jobs 1990)



Internet e il computer rappresentano per noi e per i nostri figli uno strumento eccezionale, una vera e propria risorsa.
Occorre però conoscere bene e approfonditamente lo strumento per poter essere consapevoli dei rischi che si celano dietro e dentro il www e che vanno ben oltre l’eccessivo utilizzo.
I genitori sono spesso portati a pensare che, proprio perché i loro figli sono nati nell’era digitale e non sono immigrati digitali, abbiano piena consapevolezza del corretto utilizzo e dei pericoli con cui potrebbero fare i conti.
Ancora peggio è quando proprio non si ha alcuna consapevolezza dell’esistenza dei rischi e dei pericoli.
Il solo fatto che Internet sia una realtà virtuale sembra renderla, agli occhi dei genitori, meno preoccupante e ardua della realtà con cui tutti i giorni facciamo i conti materialmente.
Ciò che manca è una piena conoscenza dello strumento, manca l’informazione.
La giornata mondiale della sicurezza in rete è stata istituita dalla Commissione Europea allo scopo di promuovere un sistema più sicuro e responsabile di utilizzare il web, soprattutto per i più giovani e quest'anno è stata dedicata la giornata del 7 febbraio ed ha avuto come tema il "connecting generation" (trovate lo spot qui)

Da anni si lanciano allarmi sui pericoli di internet per i più piccoli e questa “battaglia” è stata largamente condivisa. In occasione del Safer Internet Day, è nato a Roma Il Comitato “Giovani Online” coordinato da Save the Children e Adiconsum, di cui fanno parte anche aziende telefoniche quali: Vodafone, Wind, Infostrada che co-operano per garantire un uso sicuro della Rete da parte dei minori.
Una maggiore consapevolezza, una informazione capillare e una formazione più completa porterebbe certamente a migliorare il rapporto dei giovani con le nuove tecnologie.
Questi i dati pubblicati da Save the Children:
•    Un ragazzo su tre (31%) tra i 16 e 17 anni ammette di avere avuto incontri, anche intimi, con persone conosciute in rete;
•    Il 78% delle vittime di pedopornografia ha meno di 12 anni, il 4% meno di 3-4 anni;
•    Il 6,5% dei ragazzi tra i 12 e i 13 anni ed il 16% di quelli dai 16 ai 17 invia video e immagini di se’ nudi.
Altrettanto allarmanti a mio parere anche i dati resi noti dai ricercatori del progetto Eu Kids Online secondo i quali 8 genitori su 10 ritengono molto improbabile (o a volte proprio non ne han coscienza) che i propri figli possano correre pericoli su internet.
Questo è il dato che maggiormente mi preoccupa: i giovani trascorrono molto tempo su internet e i genitori risultano pressoché ignari dei rischi e dei pericoli del virtuale.
Occorre informazione e formazione per rendere i genitori sereni perché consapevoli e soprattutto capaci di prevenire l’uso scorretto di internet da parte di bambini e adolescenti.


A tal proposito vi ricordo che ogni inizio del mese si avvia un corso sia in presenza che in modalità FAD in merito:

- Internet e sicurezza:strategie di prevenzione. Corso per insegnanti:quando la prevenzione si fa a scuola.
- Internet e sicurezza:strategie di prevenzione. Corso per genitori.

Quanti fossero interessati potranno scrivere chiedendo informazioni, programma e costi a
segreteriacorsi.studioempathos@gmail.com

 

 

Dott.ssa Maria Concetta Carruba

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mer

01

feb

2012

L'importanza dell'alleanza Scuola-Famiglia.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)



01.02.2012
 L’articolo del mercoledì                                                     
dott.ssa  Maria Concetta Carruba

 


L’IMPORTANZA DELL’ALLEANZA SCUOLA – FAMIGLIA



Il primo movente che dovrebbe spingerci a studiare
 è il desiderio di accrescere l'eccellenza della nostra natura e
 di rendere un essere intelligente ancora più intelligente.
(Montesquieu)



I bambini trascorrono gran parte della loro giornata a Scuola.
Dal momento che essa diventa luogo privilegiato per la creazione e nascita della personalità dei bambini ottimale sarebbe trovarsi all’interno di un ambiente stimolante, capace, accogliente. Se i bambini, infatti, trovano nella Scuola un ambiente piacevole, dove si sentono come  a casa ovviamente il loro comportamento anche rispetto alla acquisizione di competenze, all’apprendimento trae da questo grande giovamento.
     La Scuola e la famiglia sono i canali privilegiati di apprendimento per ogni bambino.
Affinchè l’apprendimento possa ritenersi facilitato, affinchè il bambino possa sentirsi incuriosito positivamente all’apprendere, al gioco educativo è indispensabile che scuola e famiglia possano impostare una alleanza assolutamente positiva.
In questo modo le due grandi realtà con le quali il bambino interagisce mettono in comunione e in collaborazione la loro funzione educativa.
Certamente oggi sono meno facili i rapporti e le alleanze fra scuola e famiglia.
La relazione che intercorre è notevolmente mutata, è stata rivoluzionata.
Mentre prima il genitore vedeva nell’insegnante un punto di riferimento, un “funzionario” capace di educare e di lui si fidava e si affidava oggi c’è maggiore diffidenza e conflitto fra i ruoli:
-da un lato abbiamo le scuole che talvolta credono i genitori poco capaci, eccessivamente votati al sostituirsi, intenti a giudicare.
-dall’altro invece abbiamo genitori che (sconcertati anche da notizie poco confortanti sui luoghi dell’educere in generale) si fidano poco, cercano di ridimensionare il loro ruolo.
Essenziale sarebbe dunque, realizzare una forte alleanza  scuola/famiglia condividendo programmi e lineee guida che saranno perseguite, impostare forme e strumenti di comunicazione avendo come obiettivo comune il benessere dei piccoli.




Dott.ssa Maria Concetta Carruba

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mer

25

gen

2012

PMA: l'esperienza di P.L.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

25.01.2012
 L’articolo del mercoledì                                                     
dott.ssa  Maria Concetta Carruba



PMA: procreazione medicalmente assistita l’esperienza di P.L.


Essere mamma non è un mestiere.
Non è nemmeno un dovere.
È solo un diritto fra tanti diritti.
Oriana Fallaci, Lettera a un bambino mai nato, 1975



Oggi, grazie a P.L., vi svelo solo le iniziali per una questione di riservatezza e rispetto della privacy richiesta, avremo in dono l’esperienza di una coppia con la PMA fra paure, lotte, sacrifici e… finalmente la tanto attesa gravidanza.
Una testimonianza per dare forza e speranza a quanti si incamminano in questo percorso alternativo verso la genitorialità!
Di questo stesso argomento tratteremo ancora anche nel forum di prossima realizzazione dove ci sarà uno spazio dedicato dove potrete scambiarvi informazioni, consigli, raccontare e raccontarvi.
Riceviamo e condividiamo…

In modo inatteso, sotto la sigla sconosciuta di PMA ( Procreazione Medicalmente assistita o più comunemente Fecondazione assistita) , io e mio marito decidemmo d” imbarcarci nella primavera del 2010 in questo lungo percorso per cercare di avere un figlio…
In realtà il nostro cammino ebbe inizio circa 2 anni prima per la parte diagnostica , cui fummo sottoposti a svariati esami: ormonali, cito genetici , isteroscopie e spermiogrammi ripetuti ....
Malgrado qualche incertezza e paura, sensazioni peraltro legittime eravamo finalmente pronti per iniziare il nostro primo viaggio del PMA , pervasi da un iniziale entusiasmo.
E così ci mettemmo in nota per l’avvio…L’aspettativa, il desiderio di cominciare, un senso del nuovo verso cio’ che ancora non puoi conoscere. Ci vuole coraggio per sostenere l’entusiasmo iniziale, per portare avanti la motivazione che un giorno ti ha fatto dire “ incomincio…”
La metafora della fecondazione assistita è quella dell’altalena e si addice ad un percorso ad ostacoli, fatto a volte di incognite e di domande senza risposta.
Come funziona quindi un percorso di PMA?
E cosa significavano quegli acronimi che scorrevano sul consenso informato per noi all’inizio sconosciuti ( Pick up? Transfer? Icsi? Fivet?) e ora invece quasi saremmo in grado di sostenere un esame di medicinal!
La prima fase del protocollo consiste nella stimolazione della maturazione degli ovuli in modo da ottenere una crescita multipla di follicoli mediante somministrazione quotidiana di ormoni.
Il tempo necessario é variabile e puo’ oscillare tra 2 e 4 settimane. ( Trattasi di protocollo corto o lungo) Durante questo periodo si effettuano monitoraggi tramite ecografie ed analisi di ormoni (estradiolo) nel sangue. Questi dati permettono di conoscere come stanno rispondendo le ovaie al trattamento nonchè determinare il giorno corretto per l” estrazione degli ovuli.
La fase successiva prevede il pick up: ovvero il prelevamento degli ovociti che avviene in’ anestesia endovenosa e richiede un ricovero in day surgery di circa 5 ore.
Dopo il prelievo degli ovociti, al partner maschile viene chiesto di produrre un campione seminale e o dopo adeguata preparazione, viene utilizzato per inseminare gli ovociti.
Da qui ci sono due tecniche per arrivare a fecondare gli ovuli : La FIVET ( 0vuIo e spermatozoi vengono messi in coltura spontanea) La ICSI invece è una tecnica di primo livello consiste nell’ iniezione intra- citoplasmatica dello spermatozoo ne|l’ovocita da parte del biologo)
Naturalmente la scelta tra le due tecniche, così come il numero di ovociti microiniettati, viene stabilito in base alle caratteristiche della coppia.
Gli ovociti che mostrano segni di fecondazione vengono altresì mantenuti in coltura per ulteriori 24- 48 ore. Durante questo periodo essi cominciano le prime fasi di sviluppo, dando origine ad embrioni,formati da cellule.
A 48/ 72 0re dal prelievo ovocita rio gli embrioni vengono trasferiti nella cavità uterina della paziente.
Le possibilità di gravidanza per tentativo sono variabili a seconda dell’età anagrafica e della coppia. Si va dal 35% di gravidanza nel caso di donna di 30 anni nella quale l’unica causa di sterilità sia determinata dalla componente maschile, al 15- 20% della coppia media di 35 anni, al 12- 15% della coppia di 40 anni. La gravidanza si riduce nelle più attempate dopo i 42 anni quando è sporadica.
L’incidenza della gravidanza gemellare è direttamente proporzionale al numero di embrioni trasferiti.
Trasferendo 3 embrioni di buona qualità la possibilità della gravidanza bigermina è del 15/% circa delle gravidanze, quella trigermina del 5%.

Trascorsi 12 giorni dal transfer viene chiesto un prelievo delle beta tramite il dosaggio del B- HCG, un ormone prodotto dell’ ’embrione che si é impiantato e da li” si ha il verdetto finale del percorso.
Questa è sicuramente è la parte più difficile di tutta la terapia e altresì quella di saper convivere con gli aspetti emotivi- psicologici nel post transfer.
Accettarne il fallimento è un’esperienza dolorosa,, un colpo al|’anima,similare a quella di un aborto … C’è inizialmente una fase di frustrazione, di distacco e una volta “metabolizzata “la delusione , dopo qualche mese subentra l’ansia di dover ricominciare.. .tutto daccapo.
La consapevolezza della propria infertilità è accompagnata da una sofferenza emotiva che si esprime prepontemente sul piano delle relazioni; relazioni all’interno della coppia, con le famiglie d’origine, relazioni con le altre donne e della coppia nell’ambito più vasto del gruppo sociale.
Sarebbe necessario un accompagnamento psicologico durante tutte le fasi del protocollo anche per aiutare la coppia ad “ elaborare” il lutto legato agli insuccessi ed evitare i rischi dell’accanimento terapeutico.
Ricordo ancora bene la sofferenza dei primi due tentativi non andati a buon fine , le domande indiscrete della gente, il poco tatto di alcune persone che mi hanno un po’ ferita…

Sono stata però fortunata in quanto al 3^ tentativo ( numero perfetto!!!) ce l’abbiamo fatta , ora sento muovere e crescere le due creature dentro di me e mi faccio cullare dai loro movimenti…Sono loro la mia luce e la mia forza!!!

Tutto quello che ho affrontato mi ha temprata e forgiata ancor più nel carattere e a volte non mi sembra vero esserne uscita vincente …. Un sogno che presto diventerà realtà, quando tra 4 mesi potrò finalmente stringere tra le braccia i miei due cuccioli…

Grazie di cuore per questa meravigliosa testimonianza!E in bocca al lupo per tutto!



Dott.ssa Maria Concetta Carruba

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mer

18

gen

2012

Il Giardino dei Bimbi di Fenegrò: conosciamo una bella realtà educativa.

(Foto di Proprietà de Il Giardino dei Bimbi)
(Foto di Proprietà de Il Giardino dei Bimbi)

L’articolo del mercoledì   

18-01-2012

 

IL GIARDINO DEI BIMBI DI FENEGRO’: CONOSCIAMO MEGLIO UNA BELLA REALTA’ EDUCATIVA.

 

In questi ultimi periodi, quando abbiamo sentito parlare di realtà educative non sempre è stato per motivi positivi o per elogiarne le competenze. Credo sia però importante sottolineare che esistono strutture che funzionano bene, dove educatori e responsabili svolgono questo lavoro per profonda passione. C’è chi lavora davvero bene!

Mi pare opportuno, nei confronti di realtà positive e dei genitori (perché conoscere di buoni risultati e buona quotidianità educativa può sicuramente rendere più tranquilli!) dare un quadro di informazioni che possa invece raccontare di quelle realtà educative capaci di accogliere, amare e giocare con i bambini così come ci si aspetta!

Oggi, dunque, una intervista per conoscere meglio IL GIARDINO DEI BIMBI DI FENEGRO’.

Sezione 1: La storia della struttura.

- Quando nasce Il Giardino dei Bimbi e da quanto tempo è operativo? Quando è avvenuto il passaggio di direzione e come lo hai impostato?

L’asilo nido “Il giardino dei bimbi” nasce nel 2002 dalla volontà, impegno e passione dell’educatrice Barbara Brenna. La struttura era completamente inesistente e con cura e precisione nei dettagli è sorto quello che io ho chiamato sin dal primo giorno che l’ho conosciuto “un grande impero”. Chi non ha avuto una simile esperienza non può sapere a livello tecnico e burocratico quanto sia lungo e difficile il percorso per aprire tale struttura; l’impegno nella scelta dell’impianto di riscaldamento, della suddivisione degli spazi, dell’arredo a misura di bambino, dell’area verde esterna… La mia avventura iniziata quando ho preso in mano la gestione del Giardino dei bimbi nel gennaio 2011 è stato come realizzare un sogno. Al primo ingresso mi sono sentita subito a casa e cosi ho voluto rimanesse, non solo per me, ma anche per tutti quei genitori che sarebbero entrati e continueranno a entrare. Inizialmente c’è stato solo un cambio nella persona fisica, poi man mano che passavano i mesi ho deciso di fare quello che ho sempre desiderato fare: sperimentare sotto ogni aspetto con l’obiettivo di creare un ambiente sereno e amorevole per i bambini. La persona che mi ha preceduto ha sempre ritenuto importante la figura del genitore e se ne è sempre curata, andando a rassicurare e fortificare in ogni momento e in particolare durante il periodo dell’inserimento, che per un genitore alla prima esperienza può risultare essere un momento delicato. Da questo punto di vista credo di avere una marcia in più: si chiama Giulia. Dopo anni come educatrice sono diventata mamma vivendo gioie e preoccupazioni riuscendo cosi a capire totalmente i genitori che quotidianamente incontro.

Sezione 2: Organigramma.

- Quante persone lavorano all’interno della struttura?

-- Chi lavora al giardino dei bimbi?Breve presentazione della responsabile.

All’interno del nido lavorano 6 educatrici: abbiamo la veterana del gruppo non per età ma per presenza, infatti è qui dall’inizio, come la chiamano i bimbi “Lanto”, Antonella, è molto dolce e sognatrice. Poi le due mammine, Lella e Stefy, che sono severe quando serve ma anche molto affettuose. Poi Silvia, la precisa del gruppo: non le sfugge niente! E infine Miki la più simpatica e creativa. Le mie ragazze sono tutte diverse e questo è proprio quelle che le rende un team completo e forte. E poi ci sono io, la Vero, sono la “fact totum”. Credo di esser sempre stata portata non solo per lavorare a contatto coi bambini ma per avere un compito gestionale e organizzativo. E’ molto faticoso ma dà anche tanta soddisfazione. Dopo anni di esperienza alle dipendenze di varie scuole dell’infanzia ho deciso di tentare una svolta…. Mi sentivo stretta pur trovandomi bene in ogni ambiente in cui ho lavorato, volevo sperimentare e mi sentivo pronta a sostenere anche tutte le responsabilità che ciò avrebbe comportato. Vivere accanto ai bimbi non ha paragone, ogni giorno è un giorno nuovo e loro sanno stupirti di ciò che tu adulto non vedi più da tempo. Tante famiglie ci affidano i loro figli per tutto il giorno e noi possiamo coccolarli, nutrirli, soddisfarli appieno. E poi…giochiamo!! Detta cosi può sembrare semplice ma va ricordato che “qui non vendiamo scarpe”, senza offesa per nessuno. E’ un mio modo di dire che uso spesso per precisare che noi lavoriamo con persone in crescita, sappiamo che ogni nostro gesto, ogni nostra parola può fare “il bello e il cattivo tempo” nella quotidianità del bambino. Il rapporto che instauro con ogni bambino non si trova nelle pagine di un manuale ma è dettato dal buon senso, dall’esperienza e soprattutto da ciò che mi dice il cuore. Se ripenso che i miei primi bimbi ora sono già maggiorenni….

Sezione 3: Offerta.

-   I servizi offerti.

I  servizi del Giardino dei bimbi non sono tanti ma sono ben curati e funzionali a tutte le esigenze delle famiglie. A partire ad esempio al servizio colazioni: al mattino un’educatrice specifica si occuperà di quei bimbi che arrivano presto ancora con il pigiamino e il latte da bere, cosi che i genitori che lavorano lontano non dovranno alzarsi all’alba per preparare il piccolo. La flessibilità di orario: il nido è aperto dalle 7.00 alle 19.00 senza vincoli di entrata e uscita durante la giornata. Nessuna corsa perché alle 9.30 chiudono l’entrata! Durante le giornate le educatrici interagiscono con tutti i bimbi cosi da creare una relazione solida e affettuosa che rassicuri i bimbi se l’educatrice di riferimento è a casa ammalata. Anche a livello alimentare il conoscersi tutti garantisce che le intolleranze e le allergie dei bimbi vengano perfettamente sapute da tutto il personale evitando gravi errori. Un altro aspetto particolare è il momento della nanna; tanti bimbi arrivano al nido con un’abitudine scorretta al sonno; i genitori preoccupati si rivolgono a noi chiedendoci come facciamo ad addormentarli e noi semplicemente rispondiamo “da soli nel lettino”. Ogni aspetto della vita dei bimbi è regolato da una buona o cattiva abitudine: per noi è scorretto e anche materialmente impossibile addormentare un gruppo in braccio o dondolandoli nella culla. Pian piano si creano le situazioni e gli stimoli giusti affinchè ogni bimbo apprenda uno stile di vita consono alla sua età. Offriamo poi un servizio un po’ particolare che però non va frainteso: la web cam. Con una telecamera mobile connettiamo un genitore alla volta tramite internet e una password personalizzata; per qualche minuto è possibile essere proiettati nel mondo del nostro nido e sbirciare i giochi dei bimbi. Questo non deve essere visto come una mancanza di fiducia nella struttura e in chi ci lavora ma come risposta alla curiosità che un genitore può avere nei confronti del figlio che si muove in un contesto che non è casa sua. In fondo, chi di noi non vorrebbe essere una piccola farfalla che senza disturbare entra a curiosare….??Un altro servizio on line è la scheda personalizzata di ogni bimbo per sapere in tempo reale tutto quello che succede, dal mangiare alla nanna, dai cambi al gioco. Accedendo con una password al sito si può tranquillamente leggere da qualsiasi postazione internet le informazioni relative al piccolo e avere uno storico fino a tre giorni precedenti. E’ anche possibile sempre tramite il sito comunicare direttamente con la struttura senza usare il telefono con una “chat speciale genitore-educatrice” per comunicare informazioni importanti o domandare qualcosa. La programmazione didattica varia ogni anno; si propone un tema generale che funga da sfondo integratore e durante l’anno ogni gruppo andrà a selezionare quelle attivtà funzionali all’età dei bimbi. Va specificato che le attività didattiche sono un servizio aggiunto poiché la colonna portante della struttura “nido” sono le routine della giornata cioè quei momenti che si ripetono e che danno sicurezza e permettono di comprendere la realtà che li circonda. Le routine sono condizione di rafforzamento di abilità cognitive e comportamentali. I bambini non avendo la concezione del tempo come quella di un adulto, riescono a capire ciò che accade e ad orientarsi temporalmente solo attraverso “ciò che accade prima e ciò che accade dopo”. Ad esempio, i bimbi al nido sanno che la mamma verrà a prenderli “dopo la merenda”. Le routine sono quindi: l’accoglienza, il cambio, la pappa, la nanna, la merenda, il congedo. Le attività strutturate vanno ad arricchire la permanenza al nido e aiutano maggiormente il bambino a maturare in autonomia e competenze.

Sezione 4: relazione e comunicazione.

-          Rapporto con i genitori e strumenti di comunicazione.

Sezione 5: Vision e Mission.

-La nostra idea di educazione.

Credo sia già un po’ traspirato, in quello detto fin qui, il nostro modo di interagire coi bimbi ma soprattutto con le famiglie. Passati i primi tempi di inserimento e quindi “rotto il ghiaccio”, l’ingresso al nido diventa come entrare nella seconda casa perché abbiamo questa predisposizione, io in primis, a creare nei gesti e nelle parole un clima tale da sentirsi come in una grande famiglia. Ecco quindi che nella zona accoglienza si scambiano sempre con tutti due parole seduti sui divanetti o, perché no, seduti per terra come i bimbi; è facile che nella conversazione tutti i presenti vengano coinvolti perché la sottoscritta ama far interagire i genitori anche se non si conoscono, perché magari alla domanda di uno sa rispondere un altro e cosi via. Ad esempio, nel periodo natalizio si organizza la recita dei bimbi e ogni anno richiediamo un abbigliamento particolare mandando in crisi la mamme che iniziano a visitare tutti i negozi della zona e a scambiarsi consigli! Un breve aneddoto di quest’anno: una mamma mi ha raccontato come, entrando in un negozio di un grande centro commerciale, alla richiesta di un paio di calzamaglie totalmente verdi (un po’ difficili da trovare) per la figlia, si è sentita domandare dalle commessa “anche lei per la recita??”; che ridere! La recita che si sarebbe tenuta al giardino dei bimbi era addirittura arrivata alle orecchie di una sconosciuta commessa! Sono orgogliosa di dire che quest’anno la più piccolina a “esibirsi” aveva solo 13 mesi!  I bimbi diventano i “nostri” bimbi e tutte le cure e le preoccupazioni vengono condivise. Le educatrici hanno il compito importantissimo di sostituirsi ai familiari mentre questi sono assenti per poi riferire con pazienza e precisione i momenti vissuti al nido al loro rientro. La nostra attenzione, anche fin troppo scrupolosa, e la nostra disponibilità a volte però permettono ad alcune famiglie di approfittarsene, dimenticando il nostro ruolo professionale, e delegando aspetti importanti , dimenticando il loro ruolo genitoriale. Quest’anno abbiamo allargato anche noi l’orizzonte verso la lingua straniera sperimentando un piccolo progettino che coinvolge tutti i bimbi; ogni settimana verrà proposto un momento musicale in lingua inglese mantenendo sempre l’aspetto ludico: partiremo da due canti in lingua italiana che i bimbi già conoscono in cui vengono ripetuti semplici gesti e di seguito verranno riproposti in lingua inglese. Il mio principio educativo viene racchiuso in una sola parola: divertimento. In ogni aspetto della vita dei nostri piccoli ricerco l’aspetto più divertente perché non c’è cosa più bella al mondo della risata di un bambino. Anche il progetto sperimentale della lingua inglese come le altre attività richiederanno concentrazione, impegno ma prima di tutto i bambini dovranno divertirsi giocando. Dopo che sono diventata mamma, in un momento di riflessione mi sono detta: non posso crescere mia figlia in un continuo ed esasperante NO, deve fare le sue esperienze per crescere e quindi valuterò di volta in volta se quello che vuole fare o sta per fare può essere veramente pericoloso oppure no. Seguirò questa linea educativa anche dentro la nostra struttura perché i NO che aiutano a crescere devono essere ben valutati e le regole proposte poche e chiare. La nostra missione è difficile e impegnativa ma porta tantissima soddisfazione. Credo veramente che per lavorare in questo ambiente non basti la professionalità e l’esperienza ma devi sentire “quel qualcosa dentro” che io chiamo vocazione. Approfitto quindi di questo spazio concessomi per ringraziare chi ha creduto in me e mi ha dato la possibilità di vivere tutto questo.

Per visitarci potete cliccare il nostro sito www.ilgiardinodeibimbi.it o passare direttamente a Fenegrò in via Como 28.


Ho lasciato  a Veronica la libertà di impostare la presentazione del suo spazio educativo come preferiva, rispondendo cioè alle domande in libertà. Quello che con questa intervista vorrei far passare è un messaggio di positività educativa, di passione per una professione, di realtà che accoglie, ama e gioca con i bimbi creando un ambiente favorevole, stimolante, educativo.

C’è una immagine, una successione di momenti che ho memorizzato nella mia mente quando sono entrata presso IL GIARDINO DEI BIMBI:

di questi frugoletti assonnati, un po’ ancora con il faccino che sa di sonno e calde copertine che arrivano in struttura e hanno il tempo, presso i divanetti, di chiacchierare con mamma e papà per prepararsi al distacco e a cominciare la giornata. Del caloroso benvenuto che tutte le educatrici danno ai bambini e dei sorrisi che ricevono in cambio… Sapore di un ambiente sereno!

Al Giardino dei bimbi vanno i miei complimenti in qualità di donna e in qualità di professionista!Grazie per l’intervista concessa e per aver dato un meraviglioso esempio educativo!

E a tutti i folletti che lo “abitano”non mi rimane che augurare “buona vita”!

 

 

 

Dott.ssa Maria Concetta Carruba

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mer

14

dic

2011

Parliamo di paternità:le vostre testimonianze.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

14.12.2011                

L’articolo del mercoledì                                                      

dott.ssa  Maria Concetta Carruba

 


…PARLIAMO DI PATERNITA: LE VOSTRE TESTIMONIANZE!

 

Un cuore di padre è il capolavoro della natura!

(Abbè Prevost)

 

I padri devono sempre dare, per essere felici.

Dare sempre, l’essere padre sta in questo.

(Honore de Balzac)

 

 

Anche se per gli uomini è sempre un pò più difficile mettersi a nudo su argomenti simili, i nostri lettori fissi non si sono certo tirati indietro e hanno inviato le loro testimonianze:

 

Ho deciso di diventare padre liberamente. Mia moglie manco ci pensava. Avevo 33 anni ed ero abbastanza stufo un po' di tutto. Non mi mancava niente, ero stra fortunato e sicuramente non avevo ancora preso nessun pesce in faccia dalla vita. Però... era tutto terribilmente così uguale. Lavoro, casa, uscite con gli amici, baldoria ma... sempre sullo stesso stile. Mi son detto: "Oh, continua a sentir dire che un figlio ti cambia la vita...".
Così, dopo un anno nemmeno di matrimonio, ho azzardato: "Lo facciamo un bambino?"
Mia moglie non si è tirata indietro e... zac, è rimasta incinta praticamente subito.
Ho vissuto serenamente la sua gravidanza, nessuna paranoia strana che ricordi se non il giorno in cui mi dissero che aspettavamo un femmina. Un mese prima mi avevano detto che era al 90% un maschio. Lì ho vacillato un filo, desideravo più un maschio, lo ammetto senza problemi.
Poi è nata Rebecca, che ora ha quasi 4 anni e che adoro.

Cerco di essere un padre presente. Vedo molti amici e colleghi che hanno anche magari 2 o 3 figli che partono per lavoro e stanno via di continuo. Potrei fare la stessa cosa ma mi sembra di mancare di rispetto a mia moglie: perchè devo lasciarla a casa da sola a fare tutti gli sbattimenti del caso? Perchè avere un figlio... ti cambia la vita. Te la rivoluziona. Bisogna essere pronti. Ma si dovrebbe sapere fin dall'inizio. Non capisco quelli che scoppiano. Ma non lo sapevi che era così? Ma, poi, così come? Che non posso più uscire di casa quando voglio, che gli amici non salgono più a trovarci come prima, che i weekend hanno le loro routine, che tutte le sante mattine devo accompagnarla a scuola anche se magari potrei dormire di più... beh, non lo sapevo nei dettagli ma lo immaginavo. Ed è strepitoso. Perchè le giornate non sono mai uguali. Perchè mia figlia mi dona dei piccoli miracoli tutti i giorni. Ero stufo di una vita terribilmente uguale? Beh, l'ho cambiata. E ne sono felice. Anche il rapporto con mia moglie è cambiato. Si è rafforzato, c'è molto spirito di squadra, stima e fiducia reciproca.
Ma forse sto scrivendo un sacco di banalità. Essere padre non è nulla di strano. Di anormale. Non ci sono segreti. E' una esperienza che va vissuta e che, su ognuno di noi, avrà effetti diversi. L'importante però, come in tutto, è impegnarsi.

(Riccardo)

 

La voglia di diventare padre e' qualcosa che sentivo ancora prima di sposarmi, non so'  come spiegarla, a volte mi immagino di avere questa creaturina tra le mani e abbracciarla, di uscire insieme, giocarci, ma nello stesso tempo cominciano a venire in mente tanti dubbi, saprò essere un buon esempio? Saprò garantirgli tutto il necessario? Sicuramente queste sono le classiche domande che si pone una persona prima di affrontare un passo così impegnativo. Domande che non hanno una risposta nell'immediato, non puoi di certo cercare la risposta su google o su qualche libro. Ma non saranno sicuramente queste le cose che mi priveranno un giorno la gioia di essere padre. Piccole paure che spero saranno lontanissime quando avrò' l'onore di essere chiamato PAPA'.

(Tony)

 

Per me diventare padre è stata una sorpresa.Io e Cinzia stavamo insieme da poco anche se il nostro legame è sempre stato forte.Ovvio che la notizia all'inizio ci ha molto scosso...Ho proprio avuto paura a dire il vero!

Ci sono stati momenti in cui mi sono chiesto se sarei stato capare, se era la cosa giusta, se non fosse troppo presto.

Alla fine abbiamo deciso di affrontare questa "scalata"...la nostra vita sarebbe cambiata ma forse ne sarebbe valsa la pena.

In fretta e furia abbiamo messo su casa e stranamente abbiamo prima dovuto pensare alla cameretta che non alla camera da letto...

Però quando Carlotta è nata...tutte le nostre paure sono passate e adesso che comincia a parlare ci regala sempre grandi emozioni.

A volte penso  a come sarebbe stato se avessimo scelto di "fuggire" questa situazione... e ringrazio il cielo che non l'abbiamo fatto!

(Rino)

 

Mio figlio Paolo è nato da una relazione instabile e per nulla definita. Eravamo già in balia da tempo e poi la notizia ci ha proprio allontanato. Finimmo per prendere ognuno la propria strada: per assurdo arrivava un bambino e la mia compagna portava via le sue cose e mio figlio lontano da me. Abbiamo però concordato che avremmo fatto in modo che la nostra non compatibilità non intaccasse il nostro essere genitori presenti per il bambino che sarebbe arrivato e che non ne aveva nessuna colpa.

E' stata dura ed è dura tutte le volte che riaccompagno Paolo a casa di sua madre...so di essere un padre part-time, so che di certo mi perderò molto di mio figlio ma sono felice  di avere un figlio come il mio che mi ha dato gioie infinite e mi sento fortunato per questo!Questo mi basta!

(Gianni)

 

Non ho mai pensato a come sarebbe stato diventare padre: avevo in mente solo la mia carriera, il mio lavoro, le vacanze, lo sport e le scalate in montagna con la mia donna che con me condivideva molto.

Non era previsto, non avevamo progettato l'arrivo di un pupo ma è successo.

All'inizio sono scappato, lo ammetto!Ho avuto paura di dover sacrificare tutti i piani per la mia vita fatti fino ad ora e non ruscivo a capire come facesse la mia donna a non capire...cosa le era successo?

Mi è bastata una settimana da solo, lontano da tutti e poi ho capito!

Il pupo è arrivato e non è stata proprio così rivoluzionata la nostra vita, solo un pò modificata!Oggi siamo una coppia solida e felice e soprattutto due genitori felici!

(Marco)

 

Io e Clare ci siamo sposati che eravamo giovani e pieni di vita. Ci divertivamo un mondo insieme e io ero appagato sembrava che non mi mancasse proprio nulla.

Una mattina Clare mentre facevamo colazione mi ha chiesto "Non vorresti dare una nuova scossa alla nostra vita? Senti anche tu il bisogno di un progetto di vita più importante?".

Avevo capito subito cosa intendesse...

Beh diciamo che non è stato il mio campanello a scattare ma quello di mia moglie e io...ho accettato!Poi la voglia è nata quando cominciavo a vedere il pancione crescere e sentire che qualcuno si muoveva lì dentro!

Sono un padre felice e ringrazio mia moglie per avermelo fatto scoprire!

(Davide)

 

Ringrazio di cuore quanti hanno partecipato inviando la loro testimonianza, è stato davvero molto bello avere modo di leggere le vostre storie, ciascuna diversa dall'altra, ciascuna speciale...

Auguro a quanti desiderano di diventare padre che possano presto realizzare il loro sogno, a quanti lo sono già di gioire ogni giorno di questo speciale "mestiere" che svolgono!

 

 

 

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mer

07

dic

2011

Parliamo di paternità.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

14.12.2011                

L’articolo del mercoledì                                                      

dott.ssa  Maria Concetta Carruba

 


…PARLIAMO DI PATERNITA’

 

Un cuore di padre è il capolavoro della natura!

(Abbè Prevost)

 

I padri devono sempre dare, per essere felici.

Dare sempre, l’essere padre sta in questo.

(Honore de Balzac)

 

 

Paternità.

Se ne parla troppo poco, troppo poco si condividono pensieri in merito. Anche nelle librerie tanti libri sulla maternità, pochissimi sulla paternità. Eppure anche gli uomini vivono con intensità questo loro cammino verso la genitorialità.

Ovviamente a loro non cresce il pancione, non hanno le nausee e non devono partorire, ma anche loro si preparano alla loro seconda nascita: nascere padre! Cosa succede nel cuore di un uomo che scopre di star per diventare padre? Quali sono le sue più grandi paure? Quale il cambiamento che temono maggiormente?

L’attesa di un figlio è un po’ come per il matrimonio “una roba prettamente femminile”, come se tutto ruotasse attorno alla donna e l’uomo o se ne sta tristemente da parte rassegnato, oppure approfitta della situazione partecipando al tutto poco attivamente e cominciando a sviluppare una grandissima capacità di delega!

Credo fortemente che la prima tipologia di uomo (il tristemente rassegnato) patisca e non poco questa situazione. Vorrebbe poter avere uno spazio per il proprio vissuto e non lo trova, vorrebbe esternare ma per galanteria cede il posto… si sente come uno spettatore di quello che invece lo dovrebbe vedere come attore co-protagonista.

La seconda categoria invece, è quella che cerca di trarre maggiore giovamento possibile da questa situazione e ben presto entra nella parte cominciando a delegare, ricordando di essere padre solo quando fa piacere a lui.

Ma c’è una categoria terza, la più importante di tutte, ed è quella dei papà a tutto tondo: di quegli uomini che vivono intensamente la gioia della paternità, trovano il modo di esprimersi senza togliere spazio a nessuno, godono nell’essere resi partecipi in tutto e per tutto. Questa è la categoria che trova maggiore appoggio e, fortunatamente, maggior numero di adepti!

C’è una cosa che mi piacerebbe capire: quando nasce nell’uomo la voglia di paternità? Come la affrontano? Perché spesso la tengono per sé?

Perché gli uomini, e non tutti per fortuna, hanno paura di diventare padri? E’ una sorta di crescita e acquisizione di maturità imposta? E’ timore di perdere virilità sciogliendosi ad ogni starnuto del proprio piccolo? E’ timore di essere messo da parte dalla propria donna? Le notti insonni? Cosa terrorizza un uomo? E nonostante tutto, quando superano la paura?

E come vive un uomo la paternità negata? E il ragazzo padre come affronta il tutto, quali difficoltà incontra maggiormente? Il papà part- time (soprattutto nel caso di separazioni e divorzi) quanto ha paura di perdersi alcune fasi importanti del proprio figlio?

E con questa riflessione sull’essere padre, invito tutti i papà a raccontarsi!

Aspetto le vostre mail!

 

 

 

Maria Concetta Carruba

 

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mer

30

nov

2011

Maternità: i vostri contributi.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

07.12.2011                

L’articolo del mercoledì                                    

 dott.ssa  Maria Concetta Carruba



MATERNITA’: I VOSTRI CONTRIBUTI.

 

 

L’istinto per la maternità è forse il più forte

fra tutti quelli propri dell’umanità.

(Francesco Olgiati)

La madre ha inventato l’amore sulla terra

(Sofocle)

 

 

Maternità vissuta, maternità raccontata, maternità “sentita” attraverso il racconto di altri.

Maternità sognata, desiderata, voluta, inaspettata, negata…           

Ciascuno ha certamente il proprio vissuto sulla maternità ognuno con la propria storia, ognuna con i propri ricordi, progetti e speranze. Se c’è una cosa di cui mi sono accorta negli anni, è di quanto si faccia fatica a parlare di sé con gli altri, ad aprirsi e raccontarsi. Sempre meno spesso si riesce a permettere all’altro un varco segreto da dove poter finalmente approdare nell’intimo dei propri pensieri. Si cerca quasi sempre di “proteggere” quell’intimo  e lasciarlo rimanere tale, quasi come fosse il nostro più grande tesoro. Forse a volte si preferisce analizzarlo in silenzio e silenziosamente accoglierlo nella propria vita. Eppure un argomento che trova il modo per sciogliere tutti c’è: la maternità (la genitorialità in genere , per essere sinceri, perché ci sono anche molti papà aperti e vogliosi di raccontarsi)!

Quando ci troviamo ad affrontare questo tema è come se il castello di barriere e protezioni, la nostra fortezza si sciogliesse come fosse neve al sole: gli occhi raggianti, il cuore che impazza, e mille e mille ricordi che affollano la mente con il loro sinuoso danzare…

E così è stato anche questa volta.

Ho aperto una finestra e in molti vi si sono affacciati!

Ringrazio di cuore tutti coloro che han scritto e aderito alla pubblicazione, a quanti han scritto ma preferiscono non essere pubblicati, a quanti hanno anche solo apprezzato il tema ma non si sono voluti “mettere a nudo”.

E così oggi un articolo non solo di taglio scientifico, un articolo di cuore, di storie di racconti ed emozioni da condividere insieme,

non solo il mio punto di vista… oggi lo spazio è tutto per voi e per il vostro vissuto.

 

Per cominciare a scrivere queste due righe devo ripercorrere all’indietro la mia vita. Non esiste un periodo nè una fase e nemmeno una data che possa farci capire quando arriva il momento della maternità.  Io questo desiderio lo paragono ad un battito che  è dentro di noi, inizia molto lentamente, sembra il battito di un cuore  che non è il nostro ma è molto vicino a noi. Piano piano all’ inizio, fino  a sentirlo più forte molto più intenso,quasi fosse parte di te .E’ da lì che inizi ad aprire quella parte di  te sconosciuta fino ad ora ,senti di poter dare più spazio a quel battito  e cerchi di capire  cosa sia .Non puoi darti una risposta ma ascolti molto di più,  ti senti esplodere dentro quella voglia di amore, di attenzione,  di coccole di… “maternità.” La voglia di stringere fra le tue braccia quel fagottino è tanta che non ti da il tempo di farti tante domande, pensi che sia il momento giusto, lo desideri . E quando arriva inizi a vedere la vita con occhi diversi, pensi di dare il meglio di te, di essere sempre presente nella sua vita, e soprattutto di non perderti niente di lui\lei. E se la gravidanza è una fase molto delicata, almeno lo è stata per me, con un po’ di paure all’ inizio e molta serena poi, vi assicuro che è molto appagante il primo pianto, i suoi occhietti, quel sorriso accennato durante un sonnellino, la prima poppata. Tutto quello che avviene dopo e’ un passo dopo l’altro; consapevoli che siamo alla prima esperienza. Crescendo insieme e non parlo solo di età ma di crescita interiore, di dare tanto senza mai chiedere. Ti basta  guardare gli occhi dei tuoi figli e sentire ancora più forte quel battito, quel  crescendo di emozioni da quando ti chiamano”mamma.” Grazie per avermi dato la possibilità di esprimere a modo mio, l’amore immenso verso chi, mi ha reso migliore nel tempo . 

Ninetta.

 

"Da ragazza non ho mai pensato a quando sarei diventata madre.
I bambini mi piacevano ma non ho mai sentito quel desiderio forte di averne uno. Ero convinta di non avere l'istinto materno.
Mi sono sposata a 30 anni. Dopo pochi mesi mio marito guardandomi mi disse che voleva un figlio, sia perchè poi magari saremmo stati troppo "vecchi" sia perchè, e aveva ragione, voleva dare una svolta davvero interessante alla nostra vita. Diventare mamma non è stata quindi una decisione presa dal mio orologio biologico ma da quello di mio marito. :-)
Strano eh?

Sono stata fortunata, sono rimasta incinta praticamente subito. E' stato tutto talmente naturale che la situazione mi ha stupito. Non mi sono affezionata alla mia "pancia", anzi la detestavo sembravo un cetaceo, volevo vedere mia figlia il prima possibile.

Sentirla dentro di me era strano, piacevolmente strano. Si crea subito un legame, c'è già amore.

Mi sono immaginata tante volte il parto, pensavo di piangere a dirotto invece quando mi hanno appoggiato addosso mia figlia è stata un emozione così grande che i miei occhi erano pieni di gioia. 

Diventare madre è un evento che ti apre il cuore, nel senso che te lo riempie, te lo ingigantisce. Non si può amare più di così.

E la cosa stupefacente che questo amore non nasce quando guardi negli occhi tuo figlio, c'è già, forte, intenso, dentro te.

Sono nata figlia e quando è nata Rebecca sono nata madre. E' il dono più grande che potessi ricevere, anzi che tutte le donne hanno il privilegio di avere."

  

Emanuela

 

Io personalmente ho sempre desiderato avere figli fin da quando ho 18 anni ed ho faticato ad aspettare il momento e la persona giusta o un'età più matura per affrontare questa esperienza perchè sentivo forte dentro di me il desiderio di dare amore e dolcezza e prendermi cura di un bebè. Quando ho conosciuto mio marito, abbiamo manifestato entrambi questo desiderio e lo abbiamo messo fra i nostri progetti. 

Ci siamo resi conto che il momento giusto non è mai e che aspettarlo è un'utopia così ci siamo buttati, spinti dalla voglia di allargare la famiglia e donare amore ad una nuova vita. Così dopo 5 anni di storia abbiamo deciso di accogliere la nascita di Denise. Quando ho saputo di aspettare mia figlia ero al settimo cielo e i 9 mesi sono stati lunghissimi per me, perchè non vedevo l'ora di abbracciarla, immaginavo di riempirla di baci e giocare sul lettone oppure raccontarle una storia e farle una carezza. Devo ammettere che forse avevo ed ho tanto amore da donare perchè mi è mancata la figura materna molto presto e ho sempre desiderato donare ai miei figli ciò che io non ho potuto avere, senza soffocarli, ma solo perchè credo che le dimostrazioni di affetto e un clima d'amore in famiglia siano l'habitat più giusto per farli crescere. Dare amore e attenzioni ad un figlio è qualcosa di grandioso che fa sentire bene e riempie di gioia. 

Per me l'istinto materno non è biologico o scientificamente associabile alla donna. Dipende dalle persone, ho amiche che non desiderano figli  e ci vado d'accordo lo stesso ed ho amici di sesso maschile che desiderano un figlio più di ogni altra cosa al mondo. Credo che dipenda proprio dalle esperienze e dal carattere di ognuno. Il mio istinto materno è molto alto e ho cercato di assecondarlo prendendomi cura dei bimbi piccoli lavorando in un asilo nido per diversi anni. Spero in futuro di avere la possibilità di dare la vita ad altri due bambini e allargare la famiglia, è il sogno più grande sia mio che di mio marito, se le condizioni economiche e lavorative ce lo permetteranno.

 

Federica

 

Il vissuto della maternità per me è stato  un  lungo  cammino verso la realizzazione di un sogno…Ora sono in congedo per maternità anticipata e ringrazio la Dr.ssa Carruba ma soprattutto la mia amica Mery per l’onore di aver voluto ospitare nel la sua rubrica questa mia testimonianza .E’ un tempo privilegiato di riflessione!!!

Una maternità sofferta, agognata, risarcita. Le incertezze, le analisi,le stimolazioni, le file in corridoio in attesa di entrare nello studio medico, le visite, la certezza che malgrado la difficoltà quello che volevamo era andare avanti.
Dopo  mesi di  tentativi, visite da specialisti, cure ormonali,  sono ora in attesa di due gemellini..

Arrivare al 6 settembre, una sofferenza… in quel giorno avrei saputo se  almeno uno dei miei due embrioncini  avesse attecchito o se fosse stato una delusione come il precedente. A casa i miei   erano tutti con me, a trepidare, a sperare quel momento. Tutto per farmi arrivare al ritiro dell’esame delle beta: POSITIVE 607!!

Mi tremavano le gambe dall’emozione e gli occhi erano pieni di lacrime.. dalla felicità…una gioia indescrivibile… Non avevo mai visto un test positivo prima di allora!!!

E le  sorprese non erano finite: in quindicesima giornata seppi che non solo un embrione aveva attecchito ma addirittura 2!!! C’erano quindi  due piccoli cuoricini che battevano dentro di me…

Ad ogni ecografia è sempre un respiro “ trattenuto” ma mi sento un pezzetto sempre più mamma!! E quel brivido lo si ricorda per tutta la vita.

 Doppia emozione!!!  Ho  iniziato da lì  a sognare i miei due bimbi… e ho scritto queste parole per loro:

“Eravate un desiderio del nostro cuore, voi due siete tutto il nostro amore, dal mondo dei sogni siete venuti, in un’onda di gioia , nuovo splendore della vita.

Doppi saranno i sorrisi a riempirci le giornate, doppie le fatiche ma anche raddoppiate sono e saranno le nostre gioie.”

Il cammino della genitorialità è  uno delle esperienze più straordinarie.  Sono una Pedagogista e tra qualche mese inizierò un altro “mandato”, sempre nel campo del’educazione,  senza scadenze che mi accompagnerà per tutta la vita ,ma sicuramente sarà il lavoro più importante e il più bello: diventare mamma. Con un’altra storia da raccontare.

Laura

La voglia di maternità? Credo sia qualcosa di innato, ma ultimamente si fa sentire in me sempre di più. Da quando mi sono sposata mi capita di pensare a come potrebbe essere la mia vita se ci fosse un piccoletto o una piccoletta, a come dovrei modificare il mio stile di vita per lui o lei… insomma credo che quando ti fermi a guardare gli altri con i loro figli e rivedi te stessa allora si, l’istinto materno c’è. Certo questo non basta a colmare tutte le paure e le ansie che ti assalgono, quando capisci che il sogno si può concretizzare, ma credetemi ho sentito dire troppe volte che ne vale la pena; magari tra qualche anno potrò dirlo anch’io, perché no? Me lo auguro.  

Stefania

 

Ringrazio  ancora Ninetta, Emanuela, Federica, Laura e Stefania per averci concesso di entrare nelle loro vite e fra le loro emozioni.

E ad ognuna vorrei dedicare due parole.

@Ninetta: che bello il paragone al battito, mi sembra davvero azzeccato. Mi piace molto, e fa riflettere, la frase finale: mi han reso migliore nel tempo! Credo non ci sia dono più grande della maternità e se i figli ci rendono migliori nel tempo  … allora il miracolo avviene due volte: la prima con la loro nascita, la seconda con la nostra seconda nascita come genitori!Ci hai fatto riflettere su come paure e preoccupazioni svaniscano e passino in secondo piano, su come il dono sia vicendevole: la madre che da alla luce un bambino l’ha cullato nel suo grembo per 9 mesi e gli ha donato la vita. Il frugoletto dona alla madre una seconda nascita e la gioia infinita di vederlo crescere, assistere a un miracolo! Forse proprio quando un figlio pronuncia la parola “mamma”, regala un turbinio di emozioni di cui forse, non è neppure consapevole. E la vita madre-bambino è un continuo scambio vicendevole. Grazie per avercelo ricordato!

@Emauela: che bello sentire che l’orologio, una volta tanto, a rintoccare per primo sia stato quello di tuo marito! E’ davvero originale… ma ciò che mi ha colpito maggiormente è che alla fine l’amore, seppure l’istinto materno tu sia riuscito a metterlo a tacere all’inizio, hai scoperto di averlo sempre posseduto dentro di te!

@Federica: che bello cara Federica sentire di quest’istinto nato praticamente con te! Certamente la mancanza della figura materna da piccola ha influenzato notevolmente questo tuo sentire e assolutamente in meglio: chi meglio di te può capire cosa, quanto e quando ci si aspetta dalla mamma! Hai ragione nel dire che non tutte hanno l’istinto materno, concordo in pieno con te, ma per fortuna c’è ancora chi, come te, sogna la famiglia numerosa con cui poter condividere la vita… Nonostante l’incertezza dei nostri giorni qualcuno, fortunatamente non ha smesso di sognare!

@Laura: che bello leggerti! Il tuo travagliato percorso e la tua forza infinita ti hanno portato oggi a poter gioire nel sentire che due cuoricini battono dentro di te, crescono e si muovono in te! Sono stra-felice per te e mi ha fatto molto piacere leggere la tua immensa gioia fra le righe, la tua serenità e quanto tu sia pronta e desiderosa di “imparare” ad essere mamma e affrontare questo percorso come una vera avventura… e sono certa che sarà la più bella di tutta la vita!Ti abbraccio e un bacio x 3!

@Stefania: che bello  “sentire” questa voglia esplosiva, questa meravigliosa sensazione che sta a metà fra sogno e progetto… Mi è piaciuta moltissimo l’immagine che si è configurata nella mia mente quando ho letto il tuo contributo:

guardare gli altri coi loro bambini e sognare te stessa… Credo sia proprio una immagine che apre le menti e il cuore: sognarsi mamma, sognarsi ancora…sognare un prolungamento di sé, quel tassellino che rende completi, che segna e da prova del meraviglioso miracolo della vita! Ti auguro di cuore di poter presto realizzare il tuo sogno e spero che la prossima volta potrò ospitare un tuo articolo dove ci racconterai della realizzazione del tuo sogno…Cosi saprai dirci se anche tu fai parte di quella schiera di mamme che dicon “ne vale troppo la pena!”. Certa che sarà così, ti invio un grandissimo in bocca al lupo!

 

Il prossimo articolo analizzerà e cercherà di guardare a questo miracolo da una angolazione diversa: dal punto di vista dei papà…

E dunque cari papà aspettiamo di conoscere le vostre storie e i vostri vissuti, non siate timidi e raccontateci, raccontatevi!

 

 

 

Maria Concetta Carruba

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mer

23

nov

2011

Maternità.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

30.11.2011                

L’articolo del mercoledì                                                      

dott.ssa  Maria Concetta Carruba

 

 

 

 

MATERNITA’.

 

L’istinto per la maternità è forse il più forte

fra tutti quelli propri dell’umanità.

(Francesco Olgiati)

La madre ha inventato l’amore sulla terra

(Sofocle)

 

Maternità: quanti sogni e quanto pathos emotivo racchiude una così piccola parola.

Essa si lega al desiderio inevitabilmente. Arriva un momento in cui, almeno tendenzialmente, una donna comincia a sentire che il suo orologio biologico la sta naturalmente chiamando alla maternità.

Non parlo di quella chiamata che proviene da parenti, conoscenti e amici che, forse a volte con troppo poco tatto, dicono: “non è ora di avere un bambino?”, “a quando un bambino?”, “allora, avete già pensato ad avere un bambino?”.

Parlo di quella chiamata che proviene dall’intimo, dall’interno. Di quella voglia matta di sentirsi pronti alla maternità.

Non credo servano spiegazioni scientifiche in merito: la donna è tendenzialmente atta alla maternità.

E così ad un certo punto si comincia a fantasticare e sognare di poter sperimentare questa meravigliosa tappa della vita di una donna.

Per maternità non si intende, e non si deve intendere, solamente la gravidanza, il pancione…

No. Maternità è voler regalare parte del proprio cuore e del proprio vissuto emotivo, della propria storia individuale ad un esserino piccolo che ha bisogno di cure, di coccole, carezze quanto di regole ed educazione.

Maternità è dedizione totale e totalizzante.

Ovviamente chi vive il momento della gravidanza può gioire di momenti di viscerale vicinanza con il piccolo che sono un vero dono, ma non necessariamente mettere al mondo un bambino significa essere madre.

I fatti di cronaca degli ultimi anni ci mostrano infatti come questa sia una tesi largamente dimostrata. Ma non parleremo di questo in questa sede. Affronteremo solamente le gioie legate alla maternità.

Diventare madre è, inevitabilmente, nascere una seconda volta. Da donna alle prese con la carriera, con le cose di tutti i giorni, con i propri progetti e le proprie aspirazioni a… a madre che lavora, progetta, desidera e spera ugualmente ma sa, ne è pienamente consapevole, che da quel momento in poi lo farà per due.

Non è che si annulla la donna, la moglie, la figlia… no solo si “moltiplica”, “amplifica”, “intensifica”.

Quando avviene questo richiamo alla maternità?

Come lo avete accolto e come avete reagito?

Com’è stato poi realizzato questo “sogno”?

Cosa vorreste raccontare della vostra esperienza…

Oggi non un semplice articolo ma un invito: raccontatemi di come avete vissuto questo momento, parliamone insieme, arricchiamoci vicendevolmente!

Dopo i contributi, e spero siano tanti, sulla maternità naturalmente affronteremo anche il tema della paternità e speriamo nei loro contributi. Che dite se ne facciamo una bella raccolta, van bene anche 10/15 righe non chiedo tanto, e la condividiamo insieme il prossimo mercoledì? Facciamoci questo dono reciproco!

 

 

Maria Concetta Carruba

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mer

09

nov

2011

Pedagogia del desiderio.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

09.11.2011    

L’articolo del mercoledì                                                    

dott.ssa  Maria Concetta Carruba

PEDAGOGIA DEL DESIDERIO.

QUANDO LA RICERCA DI SENSO VA OLTRE IL BISOGNO.

 

Ogni attività umana è indotta dal desiderio.

(Bertrand Russell)

 

Non dovrebbe esistere che un unico bisogno assoluto:

l'amore, la vita in comune con le persone amate.

(Novalis)

 

 

 

 

L'uomo va concepito secondo una prospettiva dinamica che privilegia il suo agire. L'uomo dell'agere e della sua ricerca di senso. A spingere l'uomo nelle sue azioni non è il bisogno, ma il desiderio. Distinguere bisogni e desideri diventa indispensabile nell'ottica di una differenziazione fra uomo e animale.

L'animale agisce per raggiungere un bisogno, è lo stato di carenza che lo spinge all'azione.

Non sposando la tesi di un continuum fra animale e uomo, appare indispensabile comprendere cosa invece spinge l'uomo all'azione e lo contraddistingue nella sua specificità.

L'etimologia stessa dei due termini ci mostra chiaramente come la spinta motivazionale che sottende ad essi è di natura nettamente differente.

Bisogno, dal latino necessitas- atis, appetitus-us, spiega chiaramente che risulta come logica conseguenza di una mancanza. Anche l'uomo ha i suoi bisogni ma non agisce (o almeno non dovrebbe) per bisogno.

Desiderio, dal latino cupiditas-atis, ha insito la ricerca di senso, l'amore come leva di tutte le cose, tanto che Cupido si chiama il furbetto alato che con i suoi dardi fa innamorare mortali e immortali.

Non a caso nella mitologia greca Cupido non è Eros, ma Imeros proprio a sottolineare la differenza fra amore inteso come agapè e amore inteso come eros. Quell'agapè che è alla base di ogni agire educativo, come capacità intellettuale e intellettiva. L'amore non può che essere frutto di un animo educato ed incline ad esso. Nel desiderio è insita la ricerca di senso, la tendenza morale verso una aspirazione, il raggiungimento di un Bene che non è materiale.

Il desiderio come DE-SIDERA, parliamo di stelle, di speranza, di tutto ciò che muove ogni azione umana e che mira ad una estensione etica e morale. Il termine della ricerca umana nell'agire è la felicità, il ben-essere. La realizzazione del desiderio di felicità è naturale tendenza al vero, al bello, alla verità. Nella felicità il desiderio si "oggettivizza", si concretizza.

"Che ogni uomo cerchi la felicità, in altre parole, significa che aspira al vero, al bello, al bene, che vuole incontrare nella sua vita, fare esperienza di verità, bellezza, bontà"1.

Il De-siderio, per dirlo con la divin commedia, come amore che move il sole e le altre stelle2...

Desiderare diventa proiezione verso il futuro, ed è qui che desiderare assume la sua ragione di senso. La nostra società sta vivendo una vera crisi del desiderio come testimonia il rapporto CENSIS: «Tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare una società troppo appagata ed appiattita» (p. XXII). E' crisi del desiderio, della tensione progettuale, della libertà e decisione di scegliere e agire. In questa "emergenza educativa" che ci porta a riflettere sul tipo di educazione che si dovrebbe proporre ai nostri giorni, sembra, quasi paradossalmente visto il netto salto nel passato, potersi proporre come attuale la pedagogia di Layola con il suo desierio insito di trovare un camino pedagogico adatto alla persona e alle circostanze, del contesto in cui è inserito.

«Non è il molto sapere che sazia e soddisfa l'anima ma il sentire e gustare le cose interiormente»3.

Occorre fare leva sul desiderio personale di apprendere, di risvegliare la sete di sapere. Tutto questo non può essere operabile se non partendo da contesto. L'esperienza personale è di grande importanza nel processo d apprendimento, perchè permette di essere parte del mondo circostante. L'uomo deve essere prima di tutto un uomo dell'affettività. Solo un animo ben educato è capace di cogliere e saziarsi di sapere, di amare ed entrare in syn-pateia ed empatia con le persone, le cose, la conoscenza. Non c'è azione senza motivazione, non può esserci apprendimento senza desiderio.

Occorre una pedagogia del leggere-dentro, dell'interiorizzazione e personalizzazione.

Una pedagogia che non vuole inculcare e imporre una verità, ma vuole stimolarne in ciascuno la sete di ricerca, fornire strumenti e chiavi di lettura ma lasciare spazio all'inventiva. Uno spazio per l'approfondimento affettivo.

In questa nostra società della fretta, del tecnologico, dello "scientifizzare" a tutti costi, quasi tutto il resto non abbia un senso e un con-senso, ripristinare l'intelligenza affettiva diventa un dovere morale perchè l'uomo ricordi di essere tale e non automa.

Nell'ottica di un percorso4 che va dal sentire al pensare, dal pensare al decidere poggiando e appoggiando sul sostegno della propria affettività. Nell'età della techne l'amore ha cambiato forma5, ma rimane l'unico spazio in cui l'individuo può riscoprire e presentare agli altri il vero se.

Amore e desiderio come principi dell'agire umano.

Quando l'amore diventa la sola risposta possibile per evitare il pericolo dell'anonimato sociale6.

 

Maria Concetta Carruba

 

1F. Pesci, Desideri, beni, virtù, felicità, Roma, Lithos libri, 2010.

2D. Alighieri, Divina Commedia, Paradiso XXXIII,145, Milano, Mondadori, 1998.

3Ignazio Layola, Esercizi spirituali.

4F. Montuschi, Vita affettiva e percorsi dell'intelligenza, Brescia, La Scuola, 1996.

5U.Galimberti, Psiche e techne. L'uomo nell'età della tecnica,Milano, Feltrinelli, 1999.

6U.Galimberti, Le cose dell'amore, Milano, Feltrinelli, 2008.

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mer

02

nov

2011

Fiabe al telefono.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

02.11.2011                

L’articolo del mercoledì                                                

 dott.ssa  Maria Concetta Carruba

 


  FIABE AL TELEFONO


 

La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi:

 essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove,

 può aiutare il bambino a conoscere il mondo.

(Gianni Rodari)

 

 


 

Mamma, papà mi racconti una storia?

Molto spesso i nostri bimbi ci fanno questa richiesta. La richiesta di una storia da ascoltare racchiude anche la richiesta di una occasione per poter sognare.

I bambini amano le fiabe, le favole e i racconti, più on generale quelle che loro definiscono “storie”, proprio perché permette loro di imparare qualcosa nei termini e con un linguaggio idoneo alla loro età, ma soprattutto permette di sognare e fantasticare.

Per loro significa entrare in un mondo incantato.

Una storia per ottenere l’attenzione dei bambini deve avere capacità di meravigliare, stupire. Possiamo affermare che praticamente si propone la medesima situazione che avviene quando noi adulti ci accingiamo alla lettura di un libro: la scelta viene filtrata dai nostri gusti, inizialmente ci basiamo sul titolo, sul tema o sull’incipit… poi la nostra costanza nella lettura deriva dalla capacità avuta dallo scrittore di tenerci “incollati” a quelle pagine.

I bambini come noi allora cercano nei libri, nelle storie, nei racconti quel senso di meraviglia che produce un effetto benefico.

La fiaba con le sue fate e i suoi folletti, con le principesse da salvare e gli orchi da combattere, rappresenta in modo simbolico la realtà e la spiega nei termini più facilmente accessibili ai bambini.

I bambini così capiscono che la vita è come una corsa a ostacoli, che incontreranno persone che cercheranno di aiutarli e altre che invece tenteranno di trarli in inganno, che superate queste prove e rispettando le norme del buon comportamento potranno vincere la loro battaglia personale e conquistare il titolo da re tanto agognato!

Ciascuno cerca di trarre giovamento dalle storie immedesimandosi con quei personaggi positivi che, già da subito, si presentano come i grandi protagonisti della storia stessa.

Un bambino attraverso la richiesta di ascoltare una storia, pretende di poter sognare!

E chi di noi non vorrebbe pretenderlo anche da adulto?

La fiaba raccontata prima di andare a letto è infatti un po’ come un modo per augurare “sogni d’oro”:

il bambino ascoltando la storia si immedesima e sente di esserne parte attiva. Così fantasticando e cercando di dare a quelle frasi un riscontro “visivo” nella sua mente si addormenta, pronto a fantasticare e sognare ancora.

Loro, infatti, adorano il cambiamento del timbro della voce a seconda della battuta che stiamo pronunciando o del personaggio e nella loro visione i personaggi positivi sono tutti belli, forti e imbattibili mentre i personaggi negativi sono tutti brutti e poco intelligenti. E’ difficile che un bambino si immagini o speri di essere il personaggio che nella storia rappresenta il cattivo: tendenzialmente lui vuole essere il personaggio positivo, quello più bello e capace!

La fiaba è una sorta di catarsi: quanto di negativo viene sempre distrutto, tutto ciò che è positivo assume l’aspetto che noi vogliamo, ci lascia spazio per liberarci del negativo e acquisire il positivo.

Le storie non sono solo da leggere, da raccontare: le storie si possono inventare! L’adulto che inventa una bella storia per il proprio bimbo inconsapevolmente si sta concedendo un sogno per due:per il piccolo e per se stesso.

C'era una volta...
... il ragionier Bianchi, di Varese. Era un rappresentante di commercio e sei giorni su sette girava l'Italia intera, a Est, a Ovest, a Sud, a Nord e in mezzo, vendendo medicinali. La domenica tornava a casa sua, e il lunedì mattina ripartiva. Ma prima che partisse la sua bambina gli diceva: - Mi raccomando, papà: tutte le sere una storia.
Perché quella bambina non poteva dormire senza una storia, e la mamma, quelle che sapeva, gliele aveva già raccontate tutte anche tre volte. Così ogni sera, dovunque si trovasse, alle nove in punto il ragionier Bianchi chiamava al telefono Varese e raccontava una storia alla sua bambina. Questo libro contiene appunto le storie del ragionier Bianchi. Vedrete che sono tutte un po' corte: per forza, il ragioniere pagava il telefono di tasca sua, non poteva mica fare telefonate troppo lunghe. Solo qualche volta, se aveva concluso buoni affari, si permetteva qualche "unità" in più. Mi hanno detto che quando il signor Bianchi chiamava Varese le signorine del centralino sospendevano tutte le telefonate per ascoltare le sue storie. Sfido: alcune sono proprio belline.

(Dall'introduzione di Gianni Rodari al suo libro "Favole al telefono").

 

 

 

Maria Concetta Carruba

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mer

26

ott

2011

Come spiegare la morte ai bambini.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

 

26.10.2011                

L’articolo del mercoledì                                                    

dott.ssa  Maria Concetta Carruba

 

 

 

Se durassimo in eterno tutto cambierebbe.

Siccome siamo mortali, molto rimane come prima.

(Brecht) 

 

 

 

Fra poco ci sarà un ponte a scuola per la festa di tutti i Santi e per la Commemorazione dei defunti (Commemoratio Omnium Fidelium Defunctorum). Spesso quando si tratta di “vacanze” il bambino non sente la forte esigenza di chiedere come mai, perché.

Può capitare  però che un bambino particolarmente curioso possa chiedere spiegazioni rispetto alla giornata dedicata alla commemorazione dei defunti. La nostra cultura cristiana, caratterizza questa giornata con la visita ai cimiteri per portare un fiore alle persone care. I bambini, soprattutto se sono piccoli, non hanno ben chiaro il concetto di morte, e se sono piccolissimi lo disconoscono del tutto.

Noi genitori, generalmente, siamo un po’ terrorizzati nell’affrontare questo argomento con i nostri figli: temiamo di non essere in grado d dare tutte le risposte, temiamo che l’argomento possa eccessivamente turbarli. Così, inconsapevolmente, rendiamo l’argomento come celato da un velo di mistero.

Spesso di questo abbiamo modo di accorgerci quando i bambini pongono in merito delle domande che ci rendono chiaro come il concetto di morte sia per loro confuso, offuscato … reso quasi un surreale mistero.

“Ho messo in bocca le mani sporche…se è velenoso posso morire?”

“Ma se la nonna del mio amico si è addormentata e lui non la vede più, allora possiamo non dormire?Io ho paura a dormire!”.

Mille sono i dubbi che frullano nella mente di un bambino e, data la loro grande creatività e fantasia, per evitare di creare in loro delle “credenze” sbagliate (forse a volte addirittura assurde) è opportuno affrontare il tema.

Non ci sono parole giuste, non ci sono metodi particolari, non necessariamente dobbiamo dare risposte a domande cui non sappiamo rispondere. Ma, insieme possiamo provare a rifletterci sopra, insieme possiamo cercare di capire qualcosa di più della morte. Un questo modo eviteremo paure inutili, credenze spaventosamente errate, l’angoscia derivante dalla non conoscenza.

A volte noi genitori siamo portati a credere che il nostro compito sia quello di preservare i nostri figli, di tutelarli quasi come a dover loro costruire una realtà parallela e ovattata.

Niente di più sbagliato! Domani, quando cominceranno a muovere i loro passi nella società, nel mondo, fra altre persone non emotivamente coinvolte con loro, si ritroveranno a “sbattere il muso” contro un muro troppo duro da buttare giù.

Dunque siate onesti e chiari con i vostri figli: questo è il vero aiuto che potete dar loro!

Il tema “morte” fa paura anche a noi, e siamo adulti, figuriamoci come esso si sviluppa nella mente di un bambino. E’ opportuno allora che siate voi ad aiutarli a capirci qualcosa, prima che si facciano delle idee sbagliate in merito.

Non si pretende certo che così, di punto in bianco intavoliate il discorso.

Accadrà che prima o poi sarete interrogati in merito, che i vostri figli vi pongano delle domande. Ed è allora che dovrete affrontare l’argomento. Ricordatevi di adeguare il discorso in base all’età del vostro bambino.

Fino ai tre anni sarà difficile che vi ponga domande simili, e in ogni caso sarebbe un po’ troppo presto per parlarne.

Dai tre anni in su aspettatevi che possa farvi una domanda di questo tipo e preparatevi a parlarne. Fino a circa 6 anni il concetto di morte sarà dal bambino associato alla tristezza, al dolore. Dai 6 anni ai nove cominceranno le loro fantasie mostruose in merito e sarà solo intorno ai 10 anni che comprenderanno che la morte fa parte del ciclo della vita.

Cercate di essere chiari e concreti. Portare degli esempi può essere utile. Cercate solo di individuare gli esempi giusti.

Affermare che la morte è come un lungo sonno potrebbe portare delle paure in merito al sonno, dire che la morte è un lungo viaggio potrebbe alimentare le paure rispetto ai momenti di separazione e creare terrore in quei momenti in cui il bambino non ha con se tutte le persone a cui tiene. Immaginiamo, ad esempio, il momento in cui i genitori escono di casa per andare a lavoro. Se la morte è un viaggio, è allontanarsi dalle persone che si amano … allora perché stare lontani?Perchè allontanarsi per andare a lavorare?

Potrete partire spiegando il ciclo della vita: l’uomo nasce, cresce … muore.

Questo servirà al bambino per cogliere l’aspetto comune a tutti, e a dare un certa “sequenza” al tutto.

Più difficile sarà spiegare le morti premature, gli incidenti. Ma affrontare il tema non significa avere delle risposte a tutte le domande. Condividere i dubbi che sia hanno può essere un buon modo per “confidarsi”, affermare che non si conosce qualcosa, che non ci si riesce a spiegarsela … non è fallire. E’ ammettere i propri limiti. Anche questo è un insegnamento.

Perdere una persona cara è poi una esperienza diretta con la morte.

Se il bambino perde una persona casa deve capire cosa è successo, cosa cambierà.

Accogliete la sua sofferenza, vivete la vostra insieme alla loro, offrite il vostro appoggio e la vostra comprensione.

Conforto: questo è quanto dovete essere capaci di offrire.

Questo è tutto ciò d cui il bambino ha bisogno.

 

Una riflessione simile è stata fatta anche su GioCoLanDia e si farà su BRAVIBIMBI.IT

 

 

Maria Concetta Carruba

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mer

19

ott

2011

Separati ma pur sempre genitori.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

19.10.2011               

  L’articolo del mercoledì                                                  

 dott.ssa  Maria Concetta Carruba

 

 

…L'amore è un potere attivo dell'uomo; un potere che annulla le pareti che lo separano dai suoi simili,

che gli fa superare il senso d'isolamento e di separazione,

e tuttavia gli permette di essere sé stesso e di conservare la propria integrità.

 (Erich Fromm)

 

 

 

Separazione, divorzio, storie finite, famiglie “infrante”.

Cose da adulti? Bisogna dire, raccontare spiegare ai bambini?

Assolutamente si.

Oggi purtroppo il tasso dei divorzi è nettamente aumentato. Le cause son varie, e c’è sicuramente molta più libertà di poter operare una scelta simile rispetto al passato.

La situazione è pesante e già di per sé complicata, se poi ci sono “di mezzo” anche dei bambini diventa anche molto delicata.

Le coppie che si separano, chi più chi meno civilmente, fanno spesso il grande errore di non spiegare ai bambini cosa sta succedendo alla sua famiglia. Ho volutamente sottolineato sua, proprio perchè seppur gli adulti per motivazioni che posson essere varie e disparate ad un certo punto sentono che quella loro non è più una famiglia, per i bambini quella, proprio quella che con il divorzio vive uno scossone non indifferente, rimane sempre e comunque la sua famiglia.
L'errore più grave, da segnare assolutamente fra le cose da non fare, è quella di mettere i bambini dinnanzi al fatto compiuto senza aver minimamente accennato al cambiamento cui tutta la famiglia va incontro.

"Per non fargli pesare il tutto litigavamo sempre di nascosto...e sempre per proteggerlo ho fatto in modo che suo padre venisse a ritirare le sue cose quando K. era a scuola. Le prime sere quando chiedeva a me dove fosse il padre e al padre al telefono perchè non tornava a dormire a casa abbiamo cercato di nascondere la cosa...aspettando che smettesse di domandare e si abituasse a questa nuova normalità. Poi una notte, proprio nel cuore della notte, è venuto in camera chiedendomi :"perchè papà non dorme più nel lettone con te? perchè non facciamo più nulla insieme? avete bisticciato?"...
In questo modo la nostra mamma in questione non ha protetto il suo bimbo, anzi lo ha in un certo senso "ingannato" non essendo chiara e sincera con lui. La stessa cosa anche il suo papà. 

A soffrire più del dovuto sono in tre:


-il piccolo che non capisce cosa sta succedendo e alimenta paure e ansie
-la madre che continua a mentire e si ritrova a dover rispondere a domande "scomode"
-il padre che al telefono cerca di tranquillizzarlo ma soffre anche lui perchè gli è mancato quell'abbraccio che avrebbe voluto dargli prima di andare, perchè, non vivendo più sotto lo stesso tetto, teme di poterlo perdere.
Come affrontare allora il tema con i bambini?

Non dovete temere di ferirli, non dovete convincervi che che tacendo loro il tutto, soffrirete solo voi.
No, a soffrire sono soprattutto i bambini che impareranno a tacervi le loro paure, che penseranno che una bugia forse è meglio che la verità. Prima di operare scelte drastiche, se proprio avete capito che non c'è altra soluzione, concedetevi una cena tutti insieme e approfittatene per spiegare cosa accadrà e come cambieranno le abitudini della vostra casa.
Cercate di farlo quando siete abbastanza sereni per spiegare il tutto senza colpevolizzazioni varie o argomentazioni catastrofiche. Manifestate che la decisione è stata presa di comune accordo e soprattutto che nulla cambierà rispetto al bene che sia mamma che papà gli vogliono.

Rassicuratelo sul fatto che avrà sempre modo per trascorre tempo con l'uno e con l'altro, spiegategli che anche se separati voi siete e rimarrete sempre i suoi genitori.

Non trattenetevi se volete assecondare il suo pianto, è un buon modo per condividere, non mentite dicendo che sarà una cosa momentanea se così non è.

Tutto quello che voi dite ai vostri figli, inevitabilmente lascerà in loro un segno, fate in modo che di voi possa ricordare sempre la lealtà e la totale fiducia. Non importa chi ha sbagliato e come e quanto. Conta solo il benessere dei vostri figli. E per quanto difficili possano essere i rapporti fra di voi, fate in modo che il tutto non intacchi mai i vostri bambini: in loro presenza voi siete prima che persona, genitori.

Apritevi ai vostri figli, condividete tutti insieme paure e sofferenza.

Anche questo è un atto d'amore.

Non c'è il modo perfetto, non ci sono ricette o parole adatte.

Aprite il vostro cuore e i vostri figli, domani lo faranno con voi.

 

Sullo stesso tema abbiamo anche avviato una riflessione su GioCoLanDia

Maria Concetta Carruba

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mer

12

ott

2011

Consiglio di lettura: Di mamma in mamma.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

12.10.2011              

  L’articolo del mercoledì                                                    

dott.ssa  Maria Concetta Carruba

 

 

…da eterni fidanzati che vivono vite parallele che si incrociano nella stessa abitazione

occorre diventare una costruzione fatta di due, che è più bella

della somma di uno più uno…perché si trasformi in progetto di vita…

L’incontro con la procreazione è pedagogia di vita

(Grazia Colombo)

 

 

Oggi lo Studio EmPathos diventa vera e propria vetrina, perché oggi vorrei consigliarvi un libro da leggere care mamme.

Fatto bene, ben strutturato, utile ma soprattutto vero.

Quando parliamo di genitorialità la prima cosa che ci viene in mente è legata alla difficoltà di questo mestiere per il quale non esiste alcun manualetto, nessuna ricetta perfetta.

Qualsiasi gravidanza, anche in quelle fortemente desiderate ( e non come erroneamente si può pensare solo per le gravidanze inaspettate o “ a sorpresa”)  genera nel cuore e nella mente dei futuri genitori paure e ansie, relative soprattutto alla capacità di essere quello che comunemente definiamo “una buona mamma/ un buon padre”.

Fra i vari testi letti, uno mi ha colpito molto per la spontaneità e per l’approccio tutt’altro che scontato.

Non sono solo gli specialisti a parlare di questo arduo compito, sono soprattutto le protagoniste: le mamme.

Una donna in gravidanza vive dei cambiamenti corporei, mentali, di gusto e di umore non indifferenti.

Spesso anche la donna che più pensava di essere preparata ad affrontare tutto questo può sentirsi spiazzata e spaesata.

In questo libro le tante testimonianze, reali, vere, che parlano e raccontano di storie, di vite, di persone aiutano moltissimo a meglio comprendere come questo evento può e deve essere accolto nella nostra vita.

E il parto?

Tutti ne han paura, soprattutto nell’ultima fase della gravidanza. Chi per il dolore, chi perché invece ha paura delle complicazioni. Chi teme quello naturale, chi invece è terrorizzata dal parto cesario.

Tante storie raccolte in un unico luogo, quasi un diario segreto collettivo che ha di buono quello di volersi aprire ai lettori, volersi raccontare.

Tante donne con le loro esperienze, con le loro domande, con i loro dubbi, dolori…ma soprattutto con la loro storia d’amore e di vita. Di mamma in mamma è sicuramente un libro che va letto, e assicuro che sarà capace di rapire la vostra attenzione!

Lo leggerete tutto d’un fiato e vi potrete fare una vera e propria cultura della gravidanza e del parto attraverso racconti di vita comune, racconti di “una di noi”, anche se in questo specifico caso questa “una” una non è!

Altra caratteristica che rende questo libro speciale è il fatto che esso nasce nella e dalla rete.

Si proprio così coinvolge le mamme di MammacheClub!, un angolo nel vasto www dedicato alle mamme, un club dove ritrovarsi e condividere esperienze e vissuti prima, durante e dopo la gravidanza.

E così nasce Di mamma in mamma grazie anche a Costanza Cristianini che ha monitorato le conversazioni e Grazia Colombo che le ha analizzate e commentate.

“Costanza Cristianini si occupa di scrittura e comunicazione online, nel 1998 ha creato il sito Margherita.net trasformando la sua passione per la rete in una professione. Dal 2007 cura il blog ITmom.it

Grazia Colombo è una sociologa  svolge attività di formazione, ricerca e sviluppo organizzativo nei servizi alla persona in contesti socio-sanitari”.

Chiudo  citanto in toto la “lettera” pubblicata sul libro a pagina 9/10, di Serena Sabella (www.bismama.com) che trovo davvero bellissima, esplicativa e di grande impatto.

Due- Le linee verticali sul testo di gravidanza positivo.

Cinque- I minuti che passerai a guardare quelle linee rivoltando il test come un calzino. Cercherai di capire se sono davvero due o se le stai sognando o, più semplicemente, ti chiederai:” Ma quando è successo?”.

Uno- Il mese che dovrà passare per avere la certezza che la tua pancia sia abitata da un fagiolo con una luce intermittente al centro. Un embrione dice il medico. Ha più la forma di un punto interrogativo, pensi tu. Siamo certi che sia un bambino? E se invece si fosse solamente spostata la spirale?

Venti- Le settimane che dovranno passare affinché, anche tu, realizzi veramente di essere incinta. Da quel preciso momento, esiste qualcuno che ha il potere di stamparti in faccia un sorriso ebete, prendendoti a calci. Quello è l’istante in cui cominci a pensare di avere inevitabilmente bisogno di un bravo ginecologo!Ne avevi il sospetto, ora non puoi più rimandare.

Nove- Sono i mesi durante i quali ogni frase che pensi o pronunci è una domanda:” Sarò una brava mamma?Oddio, non sarò mica come mia mamma?Lo saprò amare? Riuscirò a non vomitargli addosso quando gli cambierò il pannolino sporco di cacca? A proposito, ma come si cambia un pannolino? Come cambierà la mia vita? Dovrò rinunciare a molte cose? Sarò felice? Sarò in grado di non finire nel registro degli indagati quando tornerà a casa con un piercing o un tatuaggio non autorizzati?”.

Infinte- Le volte in cui ti sentirai inadeguata, felice, inopportuna, eccitata, stanca, appagata, commossa, cresciuta. Infine le volte in cui ti sentirai completa!

Quelle due linee annunciano l’arrivo di un potente tornado che cambia per sempre- insperabilmente in meglio- la tua vita. Noi mamme ci siamo dentro con tutte le scarpe.

Quelle due linee sono la cosa migliore che ci sia mai capitata.

Abbiate fiducia!

 

 

 

 

Maria Concetta Carruba

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mer

21

set

2011

Comunicazione di Servizio.

21/09/2011 l'articolo del mercoledì

Dott.ssa Maria Concetta Carruba

 

 

Da questa settimana lo Studio EmPathos ha ripreso con le sue attività e colgo l'occasione per potervi porgere il mio BENTROVATI!

Alcune attività hanno ricominciato con pieno ritmo, altre pian piano cominciano ad avviare la ripresa. Concedeteci ancora qualche giorno per ritornare con tutta la nostra offerta e i nostri servizi perchè come sempre quello che per noi conta è la qualità!

Dopo questa breve parentesi riavvio ufficialmente l'appuntamento con la rubrica "l'articolo del mercoledì".Buona lettura.

 

Da sempre settembre è legato alla scuola e alla fine delle vacanze. Direi che per certi versi lo si può tranquillamente definire il capodanno dal punto di vista scolastico, professionale- lavorativo.
Tutti rientriamo a settembre con un mucchio di buoni propositi, tante belle idee nella mente, e tanta grinta nonostante il trauma da rientro post-vacanze.
La ripresa delle attività didattiche deve essere vissuto, quanto più possibile senza stress sia dai figli che dai genitori.
Occorre riprendere le abitudini e la routine, abbandonare il ricordo della vacanza appena trascorsa, rimborccarsi le maniche e riavviare ogni attività.
Occorre rimettere in moto la propria crescita attraverso l'educazione.
Educare inevitabilmente significa rivoluzionare il proprio sè alla luce delle nuove acqusizioni per potersi ricostruire sempre più forte e determinto.
Educazione è sempre mutamento.
Educazione è sempre processo mai stasi.
Educazione è crescere sempre un pò di più alla luce di incontri positivi, conoscenze e copetenze acquisite.
L'educazione è rivoluzione che fa crescere.
L'educazione è diritto e dovere.Monito e valore sociale.


E il luogo ideale dove si muove questa rivoluzione è la scuola.
Non solo luogo fisico ma anche scrigno di valori e insegnamenti che ci accompagnano per tutta la vita.

 

Dott.ssa Maria Concetta Carruba

 

Approfitto inoltre di questo spazio per porre anche voi, lettori affezionati, una riflessione.

PARLANDO DI CENTRI PER BAMBINI E RAGAZZI:

- cosa si aspettano le famiglie dai servizi offerti per i loro figli?
- fra un servizio di qualità e uno più economico cosa, tendenzialmente, scelgono?
- questi spazi devo accogliere solo il lato educativo o anche quello ludico?
- quanto conta per voi che uno spazio accolga più fasce di età?
- è più importante che sia vicino a casa o che risponda alle più disparate esigenze dei vostri figli e sia pronto a crearvi anche servizi ad hoc?

 

Inviate pure i vostri commenti, le vostre idee a

studioempathos@gmail.com

GRAZIE

 

 

 

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mer

03

ago

2011

L'esperienza di Maestra Carmen.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

03/08/2011 l'articolo del mercoledì

Dott.ssa Maria Concetta Carruba

 

 

Questa settimana riceviamo e pubblichiamo il contributo inviatoci da Carmen, maestra, mamma, moglie e ...donna.

La sua riflessione nasce a partire dall'articolo sulla donna e le difficoltà a conciliare vita affettiva e lavorativa.

Più che una ricetta, quella che Carmen ci invia è una riflessione, la sua idea e la sua esperienza.

Dal momento che il contributo non necessita di ulteriori "adornamenti", riceviamo e pubblichiamo:

 

Qualcuno di voi conosce la buona ricetta per essere una buona mamma, moglie e anche lavoratrice? beh, consoliamoci nessuna la scriverà e se qualcuno si prenderà la briga di farlo sappiate che di sicuro non è né moglie nè mamma ... In un momento come questo, dove lavorare per il sesso debole non è più quell' appagare il senso di vuoto o il desiderio di sentirsi importante ma fondamentale per il sostentamento della famiglia, la donna diventa il baricentro dell'equilibrio familiare. La cosa assolutamente da evitare è proprio quello di indossare il ruolo di baricentro, una famiglia si chiama così perchè è il convolgimento di più persone, è diaologo, è condivisione. Quello che occorre fare è puntare su di essa in modo da non sentire il peso soffocante della stanchezza, delle responsabilità e del fallimento. Io sono una donna che lavora ma soprattutto che ama il suo lavoro, e cerco di essere una mamma presente in senso lato. Senza dubbio tutto questo comporta delle rinunce, cerco sempre di ottimizzare i tempi in tutto quello che faccio o facciamo. Al mattino, ad esempio, sveglio i bimbi un pò prima per riuscire a metterci d'accordo come organizzare la giornata. Cerchiamo sempre di coinvolgerli, nelle decisioni importanti o scelte, nei momenti di quotidiana routine come ad esempio preparare la cena, apparecchiare/sparecchiare la tavola, quando la mamma stira i ragazzi cominciano a ritirare la biancheria stirata si piegano insieme calze e asciugamani, cosi tutti abbiamo più tempo per stare con tutti. Insomma creiamo una sorta di catena di montaggio sostenuta dal fatto che qualsiasi cosa è proposta sotto forma di gioco/gara con premio poiché la cosa più importante da ricordare è che i figli vanno sempre gratificati per il loro prezioso aiuto.

 

Grazie a Carmen per il suo contributo e per la sua gentilezza nell'averci concesso di condividerlo con i nostri lettori.

 

Dott.ssa Maria Concetta Carruba

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mer

27

lug

2011

Una tredicenne ci racconta il libro La mia nina.

27.07.2011                 L’articolo del mercoledì                                          

           dott.ssa  Maria Concetta Carruba

 

L’esperienza disabilità appresa attraverso un libro. Come racconta questa lettura una 13enne.

 

La domanda da porsi è questa:

che cosa può fare un disabile per la collettività in cui vive?

È una domanda rivoluzionaria, un cambio drastico di cultura e immagine.

(Candido Cannavò)

 

Oggi lo Studio EmPathos ospita un contributo che ci ha inviato una ragazzina di appena 13 anni, che per motivi legati alla privacy chiameremo A. Uno sguardo davvero interessante che vi riporto per intero, così come lo abbiamo ricevuto via mail.

Ho chiesto ad A. e alla sua mamma, nostra lettrice,  di poter condividere il suo “articolo” e sono state felici di accettare l’invito.

 

“La mia Nina è un bellissimo libro scritto da Janja Vidmar, che tratta di una bambina affetta dalla sindrome “Down” e che nonostante ciò non perde mai la voglia di vivere. Suo fratello Tommy è geloso di Nina, poiché secondo lui tutto ruota attorno a lei, le vuole un gran bene, ma non riesce a capire perché chi è “diverso” riceve tutte queste attenzioni. Prima di leggere questo libro, ovviamente sapevo cosa fosse la disabilità, ma non avevo un idea ben precisa, ma soprattutto ho sempre sorvolato su quelli che potessero essere i loro sentimenti e le emozioni di queste straordinarie persone. Quella di Nina l’ho trovato una storia piena di vita, ma allo stesso tempo commovente e toccante, che suscita in noi una sorta di domande che non hanno una vera risposta, del tipo: perché loro sì io no? Perché proprio loro? Hanno fatto qualcosa di male?

Purtroppo molte volte presi dalla disperazione e dello sconforto causato da questa malattia si sottovalutano queste persone, che sanno ridere, sanno piangere, sanno amare proprio come noi “normali”.Troppo spesso queste persone vengono giudicate “a-normali” ma mi chiedo, come sappiamo noi cosa è normale e cosa no? A Nina, la protagonista, piacevano moltissimo i treni, così un giorno, mentre stanno tornando a casa con suo fratello Tommy decide di salire su un treno, Tommy troppo occupato a fare altro non si accorge nemmeno di ciò che fa la sorella, così un po’ di metri più avanti si accorge si averla persa, torna indietro, ma non la trova. Ora Tommy si sente in colpa, vorrebbe essere lì con lei, vorrebbe poter essere stato un fratello migliore per la sua Nina! Tommy torna dai genitori e li avverte, i genitori scaricano giustamente tutte le colpe su di lui, ma Tommy proprio non capisce, si chiede:<<Nina è grande, perché non bada a se stessa, perché danno la colpa a me, insomma non sono io che mi sono allontanato da solo!>>. Alla fine pensano dove potesse essere andata, e dove se non nella stazione coi treni che le piacevano tanto? Infatti così fu , chiesero ad un anziano signore che li portò da Nina che faceva finta di guidare un treno in corsa, e con gli occhi pieni di gioia fantasticava entusiasta. Tornarono tutti e 4 sollevati a casa, e poi Tommy e Nina fecero un bellissimo disegno su quella che era la loro famiglia, e per la prima volta Tommy disegnò la sua famiglia per quella che era e non se ne vergognava, inoltre aiutò Nina ad allenarsi per una gara di sport a scuola, Nina anche se più in difficoltà rispetto agli altri vinse!!! Questa storia ci insegna molto, ci insegna che non bisogna mai arrendersi, non bisogna mai scoraggiarsi e mai farsi colpire dall’aspetto esteriore!


A.       A. 13 anni.


E’ importante capire come la realtà della disabilità viene vista e vissuta dagli adolescenti, come spinta dalla voglia di dire la sua una ragazzina sia stata, a mio parere capace, di darci un insegnamento. E’ bello poter condividere con voi l’idea positiva dei nostri adolescenti, ancora capaci di riflessioni autentiche, ancora capaci di emozionarsi. Per sfatare il mito di una “gioventù” incapace di pensiero: le generalizzazioni non sono mai veritiere e questo contributo ne è la prova.

Maria Concetta Carruba

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mer

27

lug

2011

Consigli di lettura: Ti racconto una emozione.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

27.07.2011                

L’articolo del mercoledì                                                   

dott.ssa  Maria Concetta Carruba

TI RACCONTO UN’ EMOZIONE.

 

L’emozione per amore dell’emozione

è  lo scopo dell’arte.

(Oscar Wilde)

 

Emozione è vita.

Chi è incapace di emozione non può cogliere le stesse cose, le sottili sfumature, i doni spesso impercettibili che la vita ci offre.

Chi è incapace di emozione vive solo a metà, si priva di quel sentire privato ed emotivo che ci fa sentire il mondo con un orecchio in più e più attento.

Chi è incapace di emozioni non può prestare il massimo ascolto all’altro, perché se non coglie le proprie personali emozioni sarà per lui troppo complicato cercare di cogliere quelle altrui.

Il libro “Ti racconto un’emozione” spiega molto bene come emozione vuol dire sentir meglio, prestare ascolto e attenzione a tutto e tutti, vuol dire assumere una nuova ottica più sottile e profonda.

Perché questo libro? Perché credo fortemente che la disabilità non debba essere considerata una colpa, un marchio, un “mostro contro cui lottare”. La disabilità c’è, esiste ma noi dobbiamo essere capaci di rapportarci con essa e le problematiche che ne derivano e soprattutto dobbiamo ricordarci che dietro la disabilità c’è sempre una persona e ogni persona merita il nostro assoluto rispetto. E’ l’ignoranza, la non conoscenza che rendono la disabilità tale: essa esiste in quanto condizione.

Fortunatamente i tempi in cui il disabile, il diverso doveva immediatamente essere soppresso (vedi Sparta, vedi Grecia) sono passati. Fortunatamente oggi abbiamo fatto notevoli passi avanti comprendendo quanto di disumano e disumanizzante c’era in convinzioni come quelle citate. Fortunatamente oggi si è compreso che se la società diventa accogliente e priva di barriere la disabilità non preclude una vita “normale”, che il concetto di normale è troppo astratto, che ciascuno è inevitabilmente irripetibile e possiede un mondo interiore che mai potrà essere uguale ad altri.

Molto c’è sicuramente ancora da fare, molto c’è da lavorare ancora per rendere la vita delle persone diversamente abili il più “agibile “possibile.. E ciò non è solo una esigenza, è un dovere morale.

Ti racconto un’emozione ha il sapore del racconto di una esperienza personale, ha la veridicità di storie realmente vissute, un approccio non banale che spinge alla riflessione.

Ecco una piccola sintesi:

“La rielaborazione dei vissuti emotivi, con l’ausilio del racconto di storie, rappresenta la scommessa educativa degli autori che, attraverso un lavoro “sul campo”, hanno elaborato un percorso di consapevolezza degli stati d’animo per persone con disabilità intellettiva. Gelosia, rabbia, paura, gioia e tristezza, sono emozioni proprie dell’essere umano e la presenza di deficit intellettivi nulla toglie a quanto una persona può vivere e sentire nell’ animo, nella parte più profonda dell’ essere Persona. Il presente libro vuole porsi come occasione di riflessione attorno all’inesplorato mondo emotivo della persona disabile, offrendo nel contempo uno strumento operativo spendibile da educatori ed insegnanti. Molto spesso, infatti, lo stile educativo nel lavoro con persone disabili è orientato ad attività di stimolo al “saper fare”, all’acquisizione di abilità e funzioni. E’ allo spazio dedicato all’educazione al “saper essere”che questo testo vuole dare dignità e spessore pedagogico, partendo da un assunto fondamentale: ogni persona ha il pieno diritto ad esprimere ciò che è e ad essere se stesso, ma per fare questo ha bisogno di poter dare un nome alle emozioni che prova, per divenire consapevole e quindi responsabile del proprio mondo emotivo. La sfida educativa contenuta nel presente libro è un invito, rivolto a quanti lavorano a vario titolo nel vasto mondo della disabilità, ad essere coraggiosi, a scommettere sul potenziale umano di ogni Persona, ad andare oltre luoghi comuni e stereotipi, perché in Educazione, l’avventura più grande è aiutare l’Altro ad essere se stesso.”

Buona lettura, una lettura per crescere, una lettura per riflettere, una lettura per umanizzare il nostro sentire e agire.

 

Maria Concetta Carruba

 

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mer

20

lug

2011

L'assistente sociale come supporto alle famiglie.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

20.07.2011      L’articolo del mercoledì                                                    

dott.ssa  Maria Concetta Carruba


 

L’assistente sociale come supporto per le famiglie.


 

Nessuno insegna mai a essere genitori.

All’improvviso vi ritrovate con un bambino vostro, ed è fatta.

Potete sentire la responsabilità, ma potete filtrarla esclusivamente attraverso ciò che siete.

… la cosa più importante è che diventiate la persona più grande, più ricca d’amore del mondo …

perché è questo che darete ai vostri figli … e a tutti coloro che incontrerete. (…).

(Leo Buscaglia)

 


Amare qualche volta significa anche lasciarsi aiutare.

Amare significa cercare il bene per l’altro, l’amato, a qualunque costo. A maggior ragione quando l’amato è un figlio non ci sono mezze misure: chi ama spera e si auspica il meglio. Le situazioni difficili, i momenti di crisi, i momenti bui possono capitare ma in qualità di genitori si ha il dovere morale di fare in modo che nulla ricada sui propri figli. E’ importante, dunque, liberarsi dal pregiudizio e dall’egoismo e lasciarsi aiutare. Laddove una persona richiede aiuto ha conseguentemente aiutato i figli.

Fra le figure di supporto per la famiglia, quella dell’assistente sociale spicca per gli aiuti che può dare (anche per quanto attiene l’aspetto economico) e purtroppo anche per la “comune idea” (non tutti per fortuna, in molti sono andati oltre la visione tramandata un po’ per scarsa conoscenza dei servizi, un po’ per ignoranza) dell’assistente sociale come “colui che porta via i bambini dal nucleo familiare. Oggi parleremo di questo con una giovane ass. sociale, la dott.ssa Stefania Carruba che ci darà testimonianza e ci farà dono della sua visione ed esperienza.

 

La figura dell’assistente sociale è spesso associata a “colei che toglie i bambini alle famiglie”, dando la colpa all’operatore quasi come se, per riempire le proprie giornate, decide di distruggere una famiglia felice. Mi scuserete se non sono d’accordo con questa definizione e se proverò, nel mio piccolo, a dire la mia e a rendervi partecipi di un mondo forse a molti sconosciuto. Sono pienamente consapevole che le cose non vanno esattamente come dovrebbero e che non tutti sono all’altezza del ruolo che svolgono, ma per una volta voglio parlare delle cose positive che mi hanno convinta a scegliere questa professione. L’assistente sociale si occupa di svariate problematiche, apparentemente lontane tra loro, ma, se ci fermiamo a pensare tutto ciò che riguarda l’uomo è riconducibile alla famiglia. Anche se apparentemente ci si occupa di un minore o un anziano, nella stesura di un progetto di aiuto l’attore centrale sarà sempre l’intero nucleo familiare. Spesso alcuni eventi si abbattono sulle famiglie come un fulmine a ciel sereno, ed inevitabilmente modificano il modo di sentirsi famiglia. È necessario non solo occuparsi del problema, o delle persone che lo ha subito in prima persona, ma soprattutto del nucleo familiare che, da un momento all’altro, deve adattarsi ad un cambiamento inaspettato. Sarà cura dell’assistente sociale fare in modo che il nucleo si confronti, che metta in luce le proprie paure e che, con il tempo, si riconosca famiglia. In altri casi i membri delle famiglie sono come degli strumenti non accordati tra loro e quello che viene fuori è solo un gran baccano. L’assistente sociale può fare in modo che ognuno di loro capisca l’importanza dell’altro, e che si possa instaurare un rapporto di fiducia reciproca che permetta loro di suonare una grande melodia. Spesso l’assistente sociale diventa un punto di riferimento per i membri della famiglia, poiché parlare con una persona esterna può servire ad avere una visione più chiara della situazione, delle volte anche solo parlando del problema con serenità si riesce ad intravedere una soluzione che non si era presa ancora in considerazione. A volte, quando la situazione lo richiede, un bimbo deve essere allontanato dalla sua famiglia d’origine, naturalmente bisogna mettere al primo posto il minore ed il suo diritto ad avere una famiglia che lo cresca con amore. Ma talvolta l’allontanamento risulta inevitabile e, quando questo accade, è un dolore per tutti: per il minore, per la famiglia, per il servizio sociale competente ed in primo luogo per l’assistente sociale. Una sconfitta difficile da digerire dopo aver provato in tutti i modi a migliorare la situazione. E oggi, per avvalorare quanto detto, vorrei farvi dono anche di una mia esperienza. Del racconto di una mia tutor, grande professionista, che capì dell’importanza del suo ruolo professionale quando un minore da lei allontanato dalla famiglia, dopo un po’ di tempo la ringraziò perché gli aveva donato il regalo più bello: una nuova vera famiglia. Per quanto doloroso sia stato l’allontanamento, si era reso inevitabile.

E il fatto che il ragazzo, cresciuto e maturato abbia poi ringraziato l’operatrice dovrebbe farci riflettere sul fatto che scelte di questo tipo vengono affrontate con criterio, seguono iter lunghi e soprattutto nascono solo ed esclusivamente quando non c’è altra via percorribile.

Dott.ssa Stefania Carruba

 

Credo questo articolo possa essere utile a tutti per scoprire e conoscere le risorse del territorio e smettere di temerle, smettere di tenere come un segreto un problema che, non affrontato con professionisti competenti, potrebbe rimanere irrisolto.

 

Dott.ssa Maria Concetta Carruba

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mer

13

lug

2011

Il valore pedagogico del gioco.

(immagine tratta  da Google)
(immagine tratta da Google)

13.07.2011  L’articolo del mercoledì                                                     dott.ssa  Maria Concetta Carruba


Il valore pedagogico del gioco

 

 

Due cose mantengono vive le creature: il letto e il giuoco;

 perché l'uno è refrigerio de le fatiche

e l'altro ricreazione de i fastidi.

Pietro Aretino.

 

 

 

 

Quando parliamo di gioco siamo indotti a pensare a una attività non finalizzata il cui unico scopo è rintracciabile nell’intrattenimento piacevole per il bambino.

Negli ultimi 50 anni la ricerca pedagogica e della psicologia evolutiva hanno focalizzato sul gioco nel suo valore di apprendimento naturale.

Attraverso il gioco il bambino apprende, acquisisce o consolida capacità. Il gioco diventa “palestra” fisica, cognitiva e sociale. Con questo non si vuole certo dire che si gioca per imparare, ma è insindacabile che giocando si impara in quanto il gioco diventa esperienza.

Il bambino impara a giocare dalla madre. I primi mesi, volti al prendersi cura del bambino costituiscono, i primi approcci alla relazione madre-bambino. E’ la madre che comincia a creare con il bambino dei piccoli rituali giocosi che poi si evolveranno in misura direttamente proporzionale agli anni del bambino stesso.

L’esperienza di gioco, soprattutto nel caso dei piccolissimi, ha come veicolo principale il corpo. Da esperienza corporea quale è all’inizio, diviene poi espressione spontanea del proprio sé e della personale interpretazione della realtà circostante. Si traduce ben presto quindi in esperienza emotiva perché pervasa da desideri, vissuti, paure, stati emozionali in genere.

Nel gioco nasce anche la relazione sociale per il bambino che, per poter giocare con gli altri, ha necessariamente bisogno di negoziare con loro, condividere regole, relazionarsi ed emozionarsi.

Il bambino impara a superare l’egocentrismo infantile e sviluppa abilità sociali: l’alternanza, il rispetto del turno, il riconoscimento dell’altro avvengono nel gioco in modo spontaneo e affondano la motivazione nel gioco stesso che non potrebbe esistere se non partendo dal rispetto dei giocatori e delle regole pattuite e comunemente condivise.

Il gioco è anche espressione del vissuto interiore: il bambino giocando comunica la sua realtà. Un bambino che non gioca esprime un disagio che potrebbe essere rispetto a quella particolare occasione di gioco o in quella relazione stessa. Attraverso il gioco il bambino comunica con noi angosce e paure allo stesso modo in cui ci comunica benessere e allegria.

Il gioco dunque diventa comunicazione. Melania Klein definisce il gioco come “modo naturale di esprimersi del bambino e come mezzo di comunicazione con lui”.

Vediamo, quindi, come il gioco non è “solo gioco” ma attività educativa a tutti gli effetti: si impara ad esplorare e interpretare la realtà, a conoscere il proprio corpo, a relazionarsi con i pari e gli adulti, a comunicare ed esprimere le proprie emozioni.

 

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mer

13

lug

2011

Abuso sui minori:aumentano le vittime in Italia.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

13.07.2011                

L’articolo del mercoledì                                                 

 dott.ssa  Maria Concetta Carruba

 

 

ABUSO SUI MINORI:

AUMENTANO LE VITTIME IN ITALIA.

 

 

Maxima debetur puero reventiae.

(Giovenale)

 

 

 

 

 

Come non affrontare oggi questo attualissimo tema, come non mettere da parte qualsiasi altro articolo per affrontare insieme un così importante dato: aumenta in Italia il numero dei bambini vittime di abuso e violenza.

A lanciare l’allarme è l’associazione Terre des Hommes  che ne prende coscienza a partire  dati registrati e forniti dalla Polizia che ne testimoniano l’incremento dal 2009 al 2010.

I dati più forti:

-           quello relativo alla prostituzione minorile con ben 55 casi in più rispetto all’anno 2009;

-          quello relativo alla violenza sessuale che sono stati nel 2010 763;

-          al precedente si aggiungono le 349 vittime di violenza sessuale aggravata;

-          186 bambini/adolescenti picchiati da familiari e /o tutori a tal punto da richiedere assistenza medica;

-          1004 hanno subito gravi maltrattamenti in famiglia;

-          39 bambini/adolescenti sono stati abbandonati.

Ed è proprio con queste informazioni e con questi dati che oggi, vorrei raggiungere le vostre case: per informarvi e per riflettere insieme.

Indubbiamente la frase che ho scelto per aprire l’articolo, quella di Giovenale, per presenta da subito la mia posizione a riguardo e credo possa trovare largo appoggio.

Oggi leggendo questi dati mi sono sentita rabbrividire. Non che non immaginassi o sospettassi che c’è ancora molto da fare a riguardo, ma di certo, erroneamente me ne rendo conto, non avevo previsto un aumento.

Ovvio che sarebbe utile poter aver un rapporto anche rispetto ai dati del 2011 anche per vedere se in questo settore c’è un miglioramento o meno. Ma sono comunque dati agghiaccianti. Oggi, in piena era di informazione, c’è ancora così tanta ignoranza tale da sfruttare i minori e abusare di loro, c’è ancora tanta malvagità.

Credo che questa reazione possa essere comune a molte famiglie, a mamme e papà che adorano i loro bambini e non riescono ad immaginare come si possa agire in questo modo così assurdo a scapito di piccoli e indifesi esserini che invece meriterebbero solo rispetto, affetto, coccole e sostegno.

Generalmente quando sentiamo di queste storie difficili e crudeli, siamo, per istinto, portati a pensarle come molto lontane da noi. E invece no. Questi dati sono riferiti all’Italia, proprio a casa nostra.

Vorrei concentrarmi un attimo, e non per dare meno importanza alle altre situazioni, sui maltrattamenti in famiglia. Lo faccio perché in questa sfera potrei dare il mio contributo, potrei essere di aiuto, potrei “scendere in campo”.

Essere genitori è un mestiere difficile e a maggior ragione in un periodo di forte crisi come quello che stiamo vivendo, potrebbe essere maggiormente appesantito. Non sempre è facile riuscire a lasciare i problemi fuori dalle relazioni con i nostri bambini, non sempre potrebbe risultare facile “fare bene il genitore” quando sia fuori che dentro di noi, tutto va a rotoli.

Ma c’è una cosa che possiamo e dobbiamo fare: chiedere aiuto!

Generalmente però, quando pensiamo al “chiedere aiuto” lo intendiamo sempre come economico, come materiale.

Qui però quello che serve è un aiuto emotivo, un aiuto del sentire e del condividere, un aiuto per analizzarsi e scoprire come trovare una calma necessaria sempre a tutti, figuriamoci poi se abbiamo a che fare con dei bambini.

Chiedere aiuto non è perdere, chiedere aiuto è lottare per trovare soluzioni, per riscoprire la propria serenità, per trovare un punto di vista diverso con cui guardare alle cose. E forse un esterno potrebbe avere la vista meno annebbiata della nostra che nella situazione siamo “dentro” a tutti gli effetti.

Se vi sentite in difficoltà, se siete agitati, se non riuscite a placare quel nervosismo latente…

prima di scatenarvi sui vostri bambini, chiedete aiuto.

 

 

Vi ricordo che sul sito dello Studio EmPathos c’è un form di consulenza gratuita online, se posso esservi utile in qualche modo, non esitate ad usare questo servizio.

 

 

 

Maria Concetta Carruba

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mer

06

lug

2011

Donne che cambiano.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

06.07.2011    

L’articolo del mercoledì   

dott.ssa  Maria Concetta Carruba

 

Donne che cambiano: un libro per parlare delle donne e dei loro desideri, nonché diritti.

 

…l’incontro tra il desiderio di essere madre

 e il desiderio di carriera 

 dà origine a situazioni ed emozioni diverse spesso non facili da gestire.

 

 

Donne che cambiano, questo il titolo del libro, dell’autrice Paola Poli, che ho letto di recente.

Affermazione o provocazione?

Negli ultimi 50 anni la condizione femminile in Italia è molto cambiata. Se guardiamo al nostro piccolo orticello possiamo ritenerci abbastanza soddisfatte, se chiudiamo un occhio su una realtà che tutt’oggi rimane un po’ maschilista, pro-uomo. A preoccupare, o comunque a dover far riflettere è invece il quadro d’insieme che emerge dalle altre nazioni: il cambiamento della condizione femminile è triplicato.

E’ chiaro che non mancano situazioni più disperate della nostra, ma credo sia importante in questo ambito puntare alla massima qualità, prendere esempio e scegliere gli esempi migliori.

Nel libro “Donne che cambiano” si parla donne, madri, mogli e lavoratrici che faticano ancora oggi a trovare il giusto equilibrio, la piena conciliazione. Raccontate in prima persona dall’autrice, raccontate a più voci attraverso le testimonianze.

Ai nostri giorni è ancora pensabile l’idea di dover scegliere fra lavoro e maternità?

E per quale ragione una donna in età fertile viene temuta e di contro un uomo in età da “voglia di paternità” non è temuto allo stesso modo dalle aziende?

Permane in Italia, purtroppo, una rigida idea della donna come “custode del focolare domestico” e questo incide inevitabilmente sul suo ingresso, o forse il problema del nostro tempo è più la permanenza, nel mondo del lavoro.

L’idea della “mamma all’italiana”, quella che ci contraddistingue anche in giro per il mondo, sembra non sposare bene con quella della donna in carriera.

In questo libro Paola Poli, consulente e esperta di organizzazione del lavoro, ci offre spunti di approfondimenti e per riflettere su quanto si debba e si possa ancora fare. Dal testo emerge l’ancora attuale e necessaria scelta fra lavoro e maternità, la limitata presenza delle donne in posizioni di rilievo, la mancanza di sensibilità di aziende capaci di conciliazione.

Solo da poco emerge l’idea dell’azienda flessibile, alternativa davvero degna di nota.

Allo stesso modo in Italia stenta ancora ad affermarsi l’asilo aziendale mentre in altre nazioni è addirittura un servizio vivo e attivo da anni.

Ancora oggi in Italia molte donne vengono licenziate a seguito di una maternità (figurarsi due) e le giovani donne si sentono chiedere in sede di colloquio “hai intenzione di figliare?” .

Quasi come se essere madre diminuisse la capacità di svolgere bene il proprio lavoro, quasi come se avere un bambino fosse un handicap. Già il modo stesso con cui si pone la domanda alla donna in età fertile sulla sua volontà o meno di avere un bambino, sembra in qualche modo parlare implicitamente di una colpa, svilisce il senso stesso della maternità riducendola a mera riproduzione.

Per fortuna “Donne che cambiano” ci prospetta una nuova generazione emergente: quella delle giovani 35enni che non hanno alcuna intenzione di sacrificare il lavoro o la maternità, che non sentono il richiamo di questa scelta, che scelgono di essere madri e donne in carriera in contemporanea facendosi largo nella società attuale.

Questo libro per dare speranza ed “esperienza”, un punto di vista, a tutte quelle mamme, donne, mogli che si trovano a dover conciliare tutti i loro aspetti della vita. Che lottano, sperano, amano e con forza portano avanti tutte le sfere con eccellenti risultati.

Oggi uno sguardo femminile sull’universo femminile, in un mondo che, lo dice la parola stessa, nasce al maschile.

 

Dott.ssa Maria Concetta Carruba

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mer

29

giu

2011

Disturbi specifici del linguaggio.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

29.06.2011                 L’articolo del mercoledì                                                  dott.ssa  Maria Concetta Carruba

 

Disturbi specifici del linguaggio:la conoscenza come conditio sine qua non.

 

Tutto il discorso, scritto o parlato,

è un linguaggio morto fino a che non si trova

un ascoltatore ben disposto e preparato.

(Robert L. Stevenson)

 

La competenza linguistica si fonda sull'interazione di funzione senso-motorie, neurocognitive e socio-emozionali. Quando qualcuna delle abilità connesse al linguaggio risultano compromesse o deficitarie si parla di disturbo specifico del linguaggio. La definizione abbraccia quadri clinici molto variegati, associati talvolta ad altre patologie che possono rappresentare una aggravante (disturbi secondari del linguaggio), oppure disturbi “puri” (disturbi specifici).Questi disturbi vivono una evoluzione nel tempo che varia a seconda della gravità e alla persistenza del disturbo stesso. Solo verso la fine del XIX° secolo si cominciò a parlare di DISTURBI DEL LINGUAGGIO. Questa analisi prese piede a partire da alcune analogie  individuate dai neurologi fra afasie acquisite nell'adulto e disturbi congeniti nei bambini. Si riteneva dunque che lesioni simili al cervello provocassero sia all'adulto che al bambino delle compromissioni del linguaggio in modo similare. Successivamente si è iniziato a diversificare le due tipologie di disturbo, preferendo specificare nel caso dei bambini che si tratta di problematiche linguistiche di sviluppo. Oggi parliamo infatti di Developpemental Language Disorders (DLD) e di Specific Language Impairment (SLI). La scelta della terminologia non è puramente stilistica ma attiene l'esigenza di indicare che non necessariamente ci sono delle compromissioni neurologiche. I deficit della consapevolezza fonematica o della manipolazione degli elementi del linguaggio parlato possono essere individuati già intorno ai 5 anni. Una perecezione linguistica inaccurata può condurre a difficoltà fonologiche che potrebbe interferire nell'apprendimento e nell'automazione dei processi di lettura e compromettere il linguaggio a un livello più alto. I disturbi del linguaggio presentano un’insorgenza nella prima-seconda infanzia con un decorso continuo anche se,più frequentemente, si realizza un miglioramento nel tempo. L'incidenza è pari al  3-8% dei bambini sotto i 3 anni e 1-2% dei bambini sopra i 6 anni di età con una chiara predominanza nel sesso maschile (in un rapporto 2M:1F).

Questi deficit, per una percentuale pari al 60% dei casi, non diminuiscono in modo significativo, neppure dopo i 10 anni. L'evoluzione del deficit è differente da caso a caso anche in funzione della fase evolutiva. Rimane ancora aperto il problema della classificazione: da una parte vi sono gli autori che considerano il disturbo come una condizione di vulnerabilità rispetto alla variabilità normale, dall'altra chi propone criteri clinici per la classificazione legata al DSM-IV o all'ICD-10.

Nel primo caso ci si basa su tre criteri principali:gravità, manifestazione problematiche associate, decorso. Si punta molto sul criterio di gravità intesa nella sua importanza diagnostica, proprio perchè in molti bambini si osserva una naturale tendenza la miglioramento progressivo.

Secondo il DSM-IV e l'ICD-10 è opportuno distinguere i disturbi, a seconda delle disfunzioni che determinano, in:

1. Disturbi della voce e della parola o fonetici:

Ad essere alterata è la componente fonetica, cioè la capacità di articolare suoni,accompagnata spesso dalla comparsa di errori nella produzione, nell'uso e nell'organizzazione dei suoni. All'interno di questa prima categoria distinguiamo:

DISFONIA alterazione della voce.

DISARTRIA, disturbo di articolazione dei fonemi complessi.

DISRITMIE O BALBUZIE alterazione di ritmo e quindi del normale fluire e della cadenza dell’eloquio.

DISLALIE cioè alterazioni non associate a deficit  né a ritardo mentale.

2.Disturbi del linguaggio o fonologici

A risultare alterata è la formulazione del messaggio verbale. Possiamo suddividerli in

PRIMITIVI o specifici in cui non è riconoscibile una causa apparente.

SECONDARI che rappresentano la conseguenza o il sintomo di una causa riconoscibile

I disturbi primitivi o specifici del linguaggio sono spesso denominati anche DISFASIE EVOLUTIVE .

Ulteriore distinzione va fatta a seconda che la compromissione sia a livello dell'espressione o se invece sia relativo alla comprensione.

Nel primo caso è l'espressione verbale a risultare al di sotto della norma rispetto all'età.

Nel secondo caso, invece la compromissione della comprensione del linguaggio risulta marcatamente disturbata. Dal momento che l'interpretazione dei disturbi del linguaggio, secondo l'indirizzo cognitivo, si basa sulla convinzione che le acquisizioni linguistiche e quelle cognitive procedano parallelamente, diventa di cruciale importanza definire una serie di criteri di demarcazione fra disturbi specifici e disturbi globali.

Una conoscenza adeguata di tutte le problematiche legate al linguaggio e la consapevolezza di una variabilità veramente alta, sono indispensabili al fine di poter essere per il bambino DSL l'ascoltatore ben disposto e preparato di cui ci parla Stevenson.

 

Bibliografia:

-A.Marini,Manuale di neurolinguistica.Fondamenti teorici,tecniche di indagine,applicazioni,Roma,Carocci, 2008.

- R.A. Fabio, B. Pellegatta, Quaderni.La valutazione dinamica dei processi cognitivi, Milano,ISU,2005.

-P. Cipriani, A.M. Chilosi, Il bambino disfasico:processi di apprendimento e criteri di valutazione dei disordini gravi del linguaggio,Tirrenia, Edizioni del Cerro, 1991.

-B.C. Wilson, The neuropsycological assessment of the preschool child:a branching model,in F. Boller, J. Grafman, I. Rapin, S.J. Segalowitz, Handbook of neuropsychology, vol 6, S.Louis, Elsevier.

 

Maria Concetta Carruba

 

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mer

22

giu

2011

Nonni e regole da condividere.

Nonni, regole e condivisione: come impostare una relazione positiva.

 

 

 

Lo sai che più s'invecchia più affiorano ricordi lontanissimi come se fosse ieri, mi vedo a volte in braccio a mia madre e sento ancora i teneri commenti di mio padre. I pranzi le domeniche dai nonni, le voglie e le esplosioni irrazionali, i primi passi, gioie e dispiaceri.
Che cosa resterà di noi, del transito terrestre, di tutte le impressioni, che abbiamo in questa vita...

Battiato Franco

 

 

La riflessione di oggi prende spunto da una consulenza svolta non molto tempo fa. Consulenza che porta con se una sorta di file rouge che non mi suona nuovo, e che, forse, anche molti dei lettori troveranno ricorrente.

La frase con cui si apre la riflessione, di Battiato, è volutamente scelta per mettere in evidenza come i nonni svolgano nella vita di ciascun nipote una funzione molto importante, tanto da essere abitanti costanti dei loro ricordi, anche quando diverranno adulti. E’ opportuno dunque che i nonni siano capaci di trasferire i giusti insegnamenti data la loro influenza. E’ chiaro che nessuno vuole certo negare che i nonni siano anche coloro i quali hanno il “compito” di viziare (ma non eccessivamente) i nipoti e di rispondere alle loro esigenze laddove non possano essere soddisfatte dai genitori. Sottolineo però il “non possano” che è ben diverso del “non vogliano”. Oggi più che mai i nonni sono diventati figure centrali nella crescita dei bambini: sia il papà che la mamma lavorano, nella stragrande maggioranza dei casi, e ciò li porta a trascorrere parte della loro giornata fuori.

Il problema nasce quando, con l’arrivo di un bambino, i ritmi lavorativi interferiscono con la gestione della famiglia.

I primi “attori” che possono entrare in gioco a questo punto potrebbero essere proprio i nonni. Le dinamiche che si innestano sono di gran lunga differenti rispetto a quelle che si avvierebbero qualora a prendersi cura del bambino fosse una persona esterna alla famiglia.

Il tutto ha i suoi pro, e i relativi contro. Una delle problematiche comunemente emergenti è quella relativa alla confusione-intrusione dei ruoli.

Spesso scatta nei nonni quel senso di “possesso” come se potessero, attraverso il prendersi cura del nipote, avere una seconda possibilità come genitori, un modo per recuperare tutto quello che non avevano potuto fare coi loro figli.

A questo si accompagna il terrore che i figli  non siano ancora in grado di fare i genitori, così interferendo nelle scelte educative della coppia pensano di poter sopperire ad eventuali loro errori.

Dal canto loro i neogenitori spesso “approfittano” della presenza dei nonni oltre lo stretto necessario e finiscono per trovare sollievo in questa silente delega.

Sembrerà paradossale eppure, a volte, risulta molto più semplice affrontare un problema con estranei che non quello con i propri genitori.

Talvolta per paura di ferirli, talvolta per timore di essere fraintesi e perdere il loro appoggio, per non sentirsi dire “dopo tutto quello che ho fatto per voi!”. La coppia di cui parlo all’inizio di questa riflessione e che ha dato piede alla stessa ha un problema di questo tipo, complicato oltre dalla presenza di due nonne, materna e paterna, in conflitto fra di loro. Ma osserviamo la situazione più da vicino.

Chiameremo Marco e Giulia i neogenitori e Gaia la piccola per rispetto della privacy.

Sia Marco che Giulia lavorano tutto il giorno e così la piccola Gaia viene affidata, a giorni alterni, ora alla nonna materna ora a quella paterna.

Le due nonne hanno come comportamento comune quello di non aver compreso la differenza dei ruoli e di insinuarsi spesso nelle dinamiche educative della giovane coppia che, inevitabilmente vive un profondo senso si smarrimento e un grande senso di colpa non certo positivo.

Gli stili educativi che la piccola Gaia riceve sono tre e differenti fra di loro, talvolta addirittura in contrapposizione.

Tutto questo non può non danneggiare anche la coppia: Marco e Giulia si ritrovano spesso a litigare per questa situazione.

Marco difende la madre dicendo che non lo fa certo con intenzione di arrecare danno e attacca la moglie ritenendola eccessivamente esagerata.

Giulia attacca la suocera ritenendosi offesa del suo intromettersi anche quando viene detto di no a Gaia correndo ai ripari con un “vieni qui tesoro che te lo da la nonna”, si sente attaccata dalla madre che si sostituisce a lei tutte le volte che può impedendole scelte personali e di coppia, è (forse oltremodo) innervosita dal comportamento di Marco che “lascia correre”.

Dopo tutta una serie di diverbi nati Giulia sente l’esigenza di “fare dei sacrifici” e mandare la bimba in asilo nido almeno part time per ridurre l’influenza delle due donne, Marco si rifiuta ritenendola una scelta che non tiene conto delle loro esigenze di budget.

A questo punto che fare?

Quello che è importante è sicuramente chiarire già dall’inizio quali sono, come coppia e come genitori, le regole e l’educazione che volete assolutamente che la vostra bambina riceva.

Partire dalla coesione della coppia è indispensabile per poter superare l’evento critico e per affrontare le due nonne in modo pacato ma chiaro.

Marco e Giulia dovrebbero, insieme, comunicare alle loro rispettive madri quali sono i loro dubbi e le preoccupazioni e i motivi che, eventualmente, li spingerebbero a trovare misure alternative da affiancare al loro prendersi cura di Gaia.

Non sempre è facile ma se affrontato come coppia, il tutto sarà più semplice per tutti.

Marco dovrebbe sostenere e comprendere la moglie e limitare il suo atteggiamento passivo che non supporta la moglie e la loro gestione familiare per nulla. Giulia dovrebbe cercare di non esagerare con le sue liti con Marco spiegando e non attaccando.

Le due nonne, che pure si fanno i dispetti l’un l’altra tramite la piccola Gaia, dovrebbero capire la funzione del loro ruolo e soprattutto che la bambina viene solo disorientata dal loro comportamento.

I due giovani genitori devono imparare a chiedere solo quando strettamente necessario e non per delegare. Altrimenti è inevitabile che non si possa più gestire in modo chiaro la relazione e l’intervento dei nonni. Non è neppure giusto paragonarli a delle “toppe” da mettere per correre ai ripari quando ci serve, da accantonare quando non ci servono.

La soluzione di misure alternative la trovo positiva: aiuterebbe la coppia a ritrovare armonia, aiuterebbe le due nonne a comprendere i loro errori e a limitare la loro intrusione nella vita della nuova famiglia che è nata. Gioverebbe soprattutto a Gaia che non dovrà sentirsi più l’oggetto del desiderio di tutti, contesa ai limiti del sensato (da parte delle due nonne). Forse il budget familiare ne risulterebbe l’unico intaccato in negativo.

Vero è che nulla vieta che questa nuova organizzazione porterà tutti loro a riflettere e chissà che magari non si possa col tempo ritornare ai vecchi ritmi purché siano più “ordinati, educati, equilibrati”.Solo così insieme potrete trovare la sintesi perfetta per una perfetta armonia.

 

Ho scelto di rendere il tema di approfondimento pubblico perché ritengo siano consigli che possano essere utili a molti, per riflettere e per reimpostare i rapporti e le relazioni alla luce dell’obiettivo fondamentale da cui tutti gli attori interessati devono partire: il benessere del bambino!

                   

 

                          Dott.ssa Maria Concetta Carruba

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mer

15

giu

2011

Il pedagogista: chi è costui?

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

IL PEDAGOGISTA: TRA PROFESSIONE E ATTITUDINE PERSONALE.

 

 

Tutti i pedagoghi sono rivoluzionari e quasi tutti i rivoluzionari

sono pedagoghi; i migliori sono quelli che hanno abbastanza forza per sfuggire,

al condizionamento sociale che troppo spesso imbriglia l’individuo…

Uomini del genere, ahimé, non sono numerosi…

 

( L. Malthon, “Mes entretiens avec J.H. Fabre sur l’éducation,” Delegave, 1918 )

 

Il pedagogista, chi è costui?

Il pedagogista è colui che attua i fondamenti della pedagogia.

La pedagogia non è solo la scienze dell’educazione, della formazione ed educazione dell’uomo.

La pedagogia è la scienze dell’uomo, sull’uomo, con l’uomo, per l’uomo.

Il file rouge di questo lavoro “sul, per, con, dell’uomo” è l’educere.

La radice stessa della parola educare, come si evince anche dal tedesco bildung (da bildenche significa costruire, edificare) che trova il suo corrispondente in latino nel verbo aedifico( da aedes che significa tempio), ci induce alla consapevolezza del processo: colui che educa induce e conduce alla formazione della sacralità del sé.

È il professionista della progettazione personalizzata. Personalizzare significa partire dai bisogni della persona. Egli impronta il suo intervento ad hoc, punta alla valorizzazione delle differenze.

Il pedagogista, per come lo intendo io, è un vero e proprio designerdel progetto educativo, per attuare il quale bisogna analizzare: realtà relazionale; psicologica; affettiva; della costruzione personale.

Nella progettazione educativa confluiscono una grande varietà di attività ed interventi a seconda della complessità. Ogni progettazione educativa ha una storia a se stante proprio perché deve rispondere a situazioni ed esigenze molto diverse tra loro. Il progetto non è mai fine a se stesso, né è pensabile che sia “chiuso”.

Dove opera il pedagogista?

Le azioni svolte dal pedagogista sono svariate e si legano a contesti diversi.

Il pedagogista si occupa di:

relazione di aiuto; progettazione educativa; mediazione familiare e penale; formazione degli adulti; orientamento scolastico; formazione aziendale; consulenza; ricerca, didattica, formazione.

Esercita la sua professione presso: comuni; scuole; università; ASL; Servizi per il Ministero di grazia e giustizia; Enti del privato sociale e sanitario; Aziende, imprese; Enti pubblici e privati.

Attraverso attività quali quelle educative e/o rieducative (nello specifico campo della pedagogia speciale), formative, culturali, ludico-ricreative, di mediazione, rivolge le sue prestazioni a: a singoli; coppie; famiglie; gruppi; istituzioni; persone/famiglie (talvolta anche Scuole) che si trovano a contatto con casi di disabilità.

Quali sono gli impegni-strumenti del pedagogista?

Porre la persona al centro; mirare alla relazione autentica; servirsi della cura; usare dello strumento del maternage autentico; promuovere l’idea di società e di socium come parte integrante del progetto.

Io, pedagogista…

Ho sempre creduto fortemente che il lavoro, per essere affrontato con l’animo giusto, debba nascere dalla passione. Poche sono le cose che la vita ci lascia scegliere, la professione è una di queste.

Per studiare non occorre solo spirito di sacrificio e senso del dovere. Per studiare bisogna essere mossi da un impeto interno, una sorta di vento dal quale non possiamo che lasciarci travolgere.

Sin da piccola ho imparato che l’altro è parte di me, che da soli ci si sente smarriti.

Ho cercato di sviluppare subito quello che definisco l’unico vero sesto senso: l’intelligere o forse sarebbe addirittura più corretto ed esplicativo usare un composto inter- legere.

Non solo leggere, ma leggere dentro, interiorizzare, capire.

Gli anni di studio sono quelli che ci permettono di diventare i professionisti che avremmo sempre voluto essere. Per tale motivo chi è spinto da una forte passione non riesce a rimanere troppo ancorato e “parcheggiato” in università. Lotta perché si avvicini la sua conquista: attuare in pratica ciò che conosciamo solo attraverso la teoria.

L’impatto con il mondo del lavoro non sempre è facile, questo lo so. Infatti spesso tanti si ritrovano a svolgere un lavoro diverso da quello tanto sognato. In realtà credo però che il professionista che abbiamo creato ed allevato nei tempi della formazione sia sempre in agguato, pronto ad entrare in scena. Fa parte di noi, diventa noi. Ecco perché il pedagogista (o almeno un pedagogista come me) trova spunti pedagogici ovunque: nelle piccole cose di ogni giorno, in un articolo di giornale, in un libro o una frase. Nel pianto isterico di un bambino che si incontra al supermercato che, magari, vorrebbe solo essere ascoltato. Nell’acceso, e purtroppo talvolta sterile, dibattito politico circa l’educazione e la scuola: non pensa ai curricula, ai tagli, ai programmi ma all’inevitabile ripercussione che avranno sugli studenti, sui nostri studenti.

Io sono agli inizi e comincio a muovere i miei primi passi nel mondo del lavoro. Ma sono pedagogista nell’animo! Ho le mie convinzioni, le mie idee.

Amo questo lavoro perché permette di aiutare gli altri sentendoli veramente, nella loro umana unicità.

Amo la diversità dalla quale mi lascio positivamente stupire.

Amo l’educere che mai ci abbandona, questa perenne sete, questa corsa a scoprire sempre cose nuove.

Amo l’idea della perenne ricerca di sé, dell’altro, di conoscenza, competenze.

In fondo la professione del pedagogista vive del divenire, della complessità, della diversità.

Canevaro1scrive: nell’epoca malandata in cui siamo abbiamo bisogno di essere richiamati alla necessità di riflettere lavorando; c’è l’esigenza di rispettare i confini e organizzare nella riflessività le dogane metaforiche, possibilmente collocare i sentieri.

In questa società che amo definire “dello scompiglio”, il pedagogista ne è ( e deve essere!) il collante, una sorta di Caronte fra le logiche del confine e del sentiero, attraverso il suo atteggiamento critico (che ha come focusla persona)… per porre le basi per una società diversa, una società di tutti e per tutti.

La società della COMPOSSIBILITA’2.

 

1 A. Canevaro, Le logiche del confine e del sentiero, cit.

2 E. Giambalvo, L’uno/i molti, l’io/l’altro, l’identico/il diverso/il differente e la logica della compossibilità,

Palermo, Edizioni Fazio-Allmayer, 1997.

 

Dott.ssa Maria Concetta Carruba

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mer

08

giu

2011

Quando i no aiutano a crescere.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

Oggi a proporre la riflessione è la dott.ssa Stefania Carruba, che invia un articolo davvero interessante, il giusto mix fra genitorie e professione.

Quanto risulta difficile dire no ai propri figli?

Quante volte sentivamo ed eravamo coscienti che sarebbe servito?

Ebbene questo sarà il tema di oggi.

Segue l'articolo di Stefania e infine due testi consigliati.

 

Quando i no aiutano a crescere.

 

Studi recenti hanno dimostrato che i genitori dialogano con i loro figli non più di otto minuti al giorno. Le cause possono essere molteplici, dalla mancanza di tempo e la frenesia che caratterizza la nostra epoca, alla predilezione a vedere la tv o navigare su internet. Inoltre, da un’inchiesta fatta dal Messaggero, quasi nel 42% dei casi, la comunicazione tra genitori e figli è caratterizzata dalla richiesta, da parte della prole, di oggetti da comprare e permessi da ottenere. I bambini, forti delle loro convinzioni, sanno quali sono i tasti deboli dei loro genitori e sanno che se insistono abbastanza riusciranno nel loro intento. D’altro canto i genitori, pieni di sensi di colpa perché lavorano e riescono a dedicare poco tempo ai figli, snervati dalle continue lamentele, stanchi di sentirsi dire che altri genitori sono più bravi di loro, finiscono per cedere a tutte le futili richieste.  I ragazzi vogliono i vestiti griffati, l’ultimo modello dell’i-pod, i nuovi giochi per le consolle, lo smartphone ecc…

Il problema di cui voglio parlarvi non è relativo ai soldi, bensì all’importanza di dire “no” ai nostri figli per aiutarli a crescere meglio, devono sapere che non bisogna dipendere dalle ultime tendenze, queste possono aiutarci, ma non sono indispensabili. Il bimbo che non è abituato al no come risposta da adulto sarà più vulnerabile, perché non avrà sviluppato meccanismi per superare la frustrazione, né capirà mai il valore dell’attesa. In effetti, il problema non riguarda i figli, ma i genitori che si sentono in colpa a dire no perché costretti a negare ai figli ciò di cui avrebbero più bisogno: il loro tempo. In questo modo il regalo costoso assume un valore quasi risarcitorio. Siamo davvero sicuri che questo possa colmare i vuoti che lasciamo? Quando mi guardo indietro riesco a ricordare tutte le volte che mi sono guadagnata qualcosa, quando ho lottato per portare avanti le mie idee ed i miei sogni… spesso, molto spesso, non mi ricordo come ero vestita quel giorno o quale accessorio avevo comprato per l’occasione. Spero di diventare un bravo genitore e che i miei figli sappiano distinguere l’essere e l’apparire. Tra queste due opzioni sono sicura che tante mamme, come me, preferirebbero l’essere per i loro figli, bene sappiate che la loro scelta dipenderà dalle scelte che oggi noi facciamo per loro.

 

 

 

 

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mer

01

giu

2011

L'urlo di mamma Federica.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

L'URLO DI MAMMA FEDERICA

E L'INAUGURAZIONE DE

LA FINESTRA SUL MONDO

 

 

 

Oggi presso lo Studio EmPathos una giovane mamma racconta e si racconta attraverso l'esperienza di una lettura con il suo bambino. Federica, del blog Mammamogliedonna, ci racconta come lei e Filippo, il suo splendido bambino, hanno affrontato questo libro. Parole di un racconto a due, di un sentire reciproco, un reciproco scoprirsi e comprendersi: la mamma che capisce le reazioni che può avere il suo bambino, il bambino che capisce come la mamma interiorizza questa scoperta. Una mamma pronta ad affrontare gli errori e a rimediare, una mamma capace di quella preoccupazione materna primaria, una meravigliosa mamma.

 

Il libro che ci propone è: Urlo di mamma, di Jutta Bauer.

In sintesi (tratto dal retro copertina):

Siamo nel mondo dei pinguini: la mamma si arrabbia improvvisamente e sgrida il bambino pinguino che si spaventa. Lo spavento è talmente grande che il corpo del piccolo pinguino si disfa: la testa vola nell'universo, il corpo si tuffa nel mare, le ali vanno a finire nella giungla e corrono finché arrivano nel deserto. Il viaggio termina quando la mamma riesce a raccogliere tutti i pezzi del figlio e cucirli insieme.

 

La finestra sul mondo di Federica, mamma moglie e donna:

 

Urlo di mamma

 

Con Filippo ho iniziato un percorso alla scoperta delle emozioni, nella speranza di diventare per lui un allenatore emotivo1, un genitore che sappia guidarlo alla scoperta delle emozioni e insegnargli a gestire le emozioni negative.

Nel contempo sto facendo un lavoro su me stessa, per imparare io per prima ad acquisire consapevolezza delle mie emozioni negative per imparare ad esprimerle in modo chiaro e senza ledere l’integrità del mio bambino e del mio rapporto con lui. Questo libro è per mio figlio, ma anche per me.

 

Quando perdo la pazienza a volte grido.

 

Questo libro mi ha colpito molto perché con semplici disegni e semplici parole descrive qualcosa di molto complesso come i sentimenti suscitati dall’urlo di una mamma nel cuore di un piccino e in quello della mamma stessa.

La mamma urla così forte, che il piccolo pinguino va in mille pezzi che si spargono in giro per il mondo senza che lui abbia la capacità di rimetterli insieme.

Trovo che questa immagine sia una metafora splendida del senso di smarrimento emotivo, dell’incertezza sentimentale che colpisce il bambino.

Io la leggo negli occhi di Filippo quando grido, leggo il suo spavento, percepisco le domande che non riesce a formulare a parole “mamma, non mi ami più?” “ho fatto qualcosa di così grave che ora tu mi abbandonerai?”.

I bambini non sanno che li amiamo di un amore incondizionato, che anche se ci arrabbiamo, non smettiamo di amarli, né ci sogniamo di abbandonarli.

 

Quando perdo la pazienza a volte grido.

Quando perdo la pazienza penso spesso al sottotitolo del libro “Genitori con il cuore” di Jan Hunt: I bambini si comportano come vengono trattati. Ci penso perché io ci credo. Ci penso e capisco subito di dover rimediare. E allora come mamma pinguino cerco i pezzi e li ricucio e chiedo scusa.

Leggere questo libro è stato come guardarsi dentro, come vedersi riflessi in uno specchio, per me, ma anche per Filippo: ci siamo riconosciuti nei protagonisti, gli occhietti smarriti del pinguino, sono gli occhietti smarriti di Filippo.

 

Quando perdo la pazienza a volte grido, ma subito dopo mi sento pessima, mi specchio negli occhi terrorizzati di mio figlio e sento di aver fatto male all’esserino che amo più della mia stessa vita e che quell’urlo lo ha ferito, spaventato, smarrito, che quell’urlo è stato solo lo sfogo di una tensione di cui lui forse non era neanche responsabile. E allora cerco di rimettere insieme i pezzi e ricucirli: lo abbraccio, gli chiedo scusa per aver urlato e dentro di me prego di avere la forze di non farlo più perché credo a Carlos Gonzales quando scrive2:

 

Numerosi ricercato hanno provato che i bambini minori di tre anni solitamente mostrano empatia, cioè preoccupazione per la sofferenza altrui.

Quando un compagno piange accade frequentemente che cerchino di consolarlo …

I bambini cresciuti con affetto e rispetto sono affettuosi e rispettosi …

Questa è una loro tendenza naturale, infatti nell‘essere umano la cooperazione con altri membri del gruppo è naturale tanto quanto camminare o parlare.

I bambini diventano aggressivi se gli adulti, in qualche modo,

li hanno indotti a deviare dalla loro naturale inclinazione.

I bambini “educati” a suon di grida, gridano.

I bambini “educati”a furia di schiaffi, picchiano”.

 

Intelligenza emotiva per un figlio, Jonh Gottman 

2

Besame Mucho, Carlos Gonzales

 

 

Ringrazio di cuore Federica per averci permesso di entrare nel vivo delle sue emozioni, per averci raccontato la sua esperienza e quella di Filippo, accogliendoci come a casa loro, invitandoci nel suo salotto a leggere un libro, di grande valore per mamme e bambini. Tutti insieme.

 

E voi volete dire la vostra? La lettura di questo articolo vi ha suscitato dubbi, vi ha portato a riflessioni che volete condividere?

Scrivete a studioempathos@gmail.com

oppure rispondete alla newsletter, che arriverà a quanti si sono iscritti e dove sarete informati di questa occasione di confronto, con il tasto rispondi.

Vi aspettiamo!

 

 

dott.ssa Maria Concetta Carruba

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mer

01

giu

2011

Consiglio di lettura: la cura educativa.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

Quando il prendersi cura è altro che curare.

 

LA CURA EDUCATIVA. RIFLESSIONI ED ESPERIENZE TRA LE PIEGHE DELL'EDUCARE.

 

 

Dal retro copertina:

Cos'è la cura? Quando e come si può parlare di cura nell'esperienza educativa?Cosa al tempo stesso imprenta e distingue cura e terapia? E quale rapporto c'è tra cura e formazione?

A partire da queste domande nasce questo libro. Il tentativo è quello di avviare una riflessione su quell'esperienza della cura che spesso si nasconde nell'esperienza dell'educare, vivendo e agendo dal profondo di essa. L'ipotesi, espressa nel dialogo con autori come Heidegger, Binswanger, Foucault, e, per quanto riguarda la pedagogia, Granese, Fadda e Canevaro, è che la cura sia radicata nell'esistenza, e che da lì derivi e prenda forma ogni suo rapporto con la formazione, l'educazione e la terapia. Un'ipotesi messa alla prova, smontata e ricomposta, approfondita e arricchita attraverso un lavoro di analisi e riflessione sull'esperienza della cura svolto con educatori e insegnanti, impegnati, insieme all'autrice, in diversi percorsi di Clinica della formazione. Il libro consegna ai lettori n'immagine caleidoscopica e ambigua della cura educativa, che emerge come dimensione cruciale, oltre che latente, dell'educare. Ma apre anche a concrete possibilità operative, proponendo percorsi di ricerca, di progettazione, di supervisione e di consulenza pedagogica che, attraverso uno sguardo clinico, riescano a considerare la radicalità e la criticità di questa dimensione dell'agire educativo.

 

 

La cura educativa è ben distinta dal curare, ed è parte integrante del processo formativo.

Quando ci prendiamo cura di una persona lo accogliamo, regalandogli un posto nella nostra storia individuale, cercando di guadagnarci un piccolo spazio nella sua vita.

La cura educativa non ha luogo  e non ha confini.

Ma prendiamo come riferimento la favola della cura di Heidegger:

«La Cura mentre stava attraversando un fiume, scorse del fango cretoso; pensierosa, ne raccolse un po’ e incominciò a dargli forma…interviene Giove[…]Mentre la Cura e Giove disputavano sul nome, intervenne anche la Terra, reclamando che a ciò che era stato fatto fosse imposto il proprio nome[…] I disputanti elessero Saturno a giudice. Il quale comunicò ai contendenti la seguente giusta decisione: tu, Giove, che hai dato lo spirito, al momento della morte riceverai lo spirito; tu, Terra, che hai dato il corpo, riceverai il corpo; ma poiché fu la Cura che per prima diede forma a questo essere, fin che esso vive lo possieda la Cura. Per quanto concerne la controversia sul nome, si chiami homo perché è fatto di humus».
(M. HEIDEGGER, Essere e tempo, Milano, Longanesi, 1927.)

 

La cura non è solo "dell"  ' uomo e "per" l'uomo. La cura è "con" l'uomo perchè nasce con esso, cresce e si sviluppa.

I genitori sono i primi "operatori" della cura e del prendersi cura.

La cura è categoria pedagogica, parte attiva del formar-si umano.

Ciò di cui si ha cura è infatti l'esistenza umana, la persona e la sua storia.

Nasce con la vita stessa: l'esserino che prende forma dentro al grembo materno e fa di esso la sua culla necessita del prendrsi cura per vivere, crescere e svilupparsi prima di venire al mondo.

La madre diventa soggetto indispensabile del prendersi cura.

La vita che dipende da chi si prende cura. Qui la cura diventa assolutizzta.

Quando il bambino nasce il suo pianto diviene liberatorio e suona come un "presente, ci sono anche io!". Una vera e propria richiesta del prendersi cura. Da qui si sviluppa il maternage autentico.

Ecco che quindi la cura non è solo appannaggio di operatori e professionisti, la cura diventa costante presenza nel quotidiano, gesto e pratica di tutti i giorni.

Quel che conta è imparare a gestire il prendersi cura evitando di soffocare, sostituirsi, snaturare colui che riceve le attenzioni della cura.

La cura come pharmakon, che allo stesso tempo può salvare o avvelenare.

Il testo di Cristina Palmieri, credo possa essere un utile all'alleato per poter cogliere il sottile confine fra un buon prendersi cura e un eccessivo prendersi cura. Può risultare un buon manuale di riferimento anche per ben divincolarsi nella complicata matassa delle pieghe dell'educare.

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mer

25

mag

2011

Consiglio di lettura: il rapporto madre-bambino.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

Dal retro copertina:

"Questo volume è diretto a chi si occupa della nascita, delle relazioni umane, dei problemi connessi allo sviluppo nei primi mesi di vita e dei legmai esistenti fra fattori emotivi e attentivo/cognitivi nel processo vivo della comunicazione tra una madre e il suo bambino.Attraverso le voci dei suoi autori il libro si propone di riconsiderare in modo critico alcuni concetti fondamentali, quali quelli di intersoggettività, di nascita delle emozioni, di processo attentivo e comunicativo, di sensibilità e di meccanismo di rischio nello sviluppo. Tali temi vengono presentati in chiave problematica, considerando le più recenti ricerche, e da un'angolatura che intende dimostrarne la comlessità tutt'ora non risolta. Attraverso la proposta di "decodifica" di comportamenti connessi ai concetti di comunicazione e di sensibilità, si vuole inoltre additare una possibile via  di lettura della delicata relazione madre-bambino."

 

Quante e quali sono le preoccupazione di una madre?

Quante volte abbiamo sentito parlare di "paura di non essere all'altezza, di paura non riuscire a decodificare i bisogni dei propri bambini". Spesso la genitorialità avviene e travolge, ma si tratta di un uragano positivo se vissuto con lo spirito giusto.

E' più che naturale porsi delle domande rispetto a come si cambia assumendo il nuovo ruolo di "madre", di come si saprà rispondere, e reagire delle paure.

Parliamo nello specifico della maternità perchè questo è il tema centrale del testo che vi propongo e consiglio di leggere.

La donna che scopre di diventare mamma affronta cambiamenti non solo di ruolo ma anche crporei.

Questo inevitabilemnte influenza stati d'animo e comincia a far-ci pensare "mamma". Il proprio grembo diventa culla, con tutte le responsabilità che si accolgono nel momento stesso in cui si decide di diventare genitori.

Tutte le fasi della relazione madre-bambino, dalla sua nascita alla sua costruzione continua, vengono affrontate nel testo in chiave problematica.

Si cerca di dare tutta una serie di spiegazioni scientifiche sulle quali far poggiare la relazione che nasce e si evolve.

C'è tutta una sezione dedicata alla relazione madre-bambino pretermine.

La nascita prima della data presunta crea disorientamento e si carica di una preoccupazione mista a paura di gran lunga maggiore rispetto a quelle legate alla nascita in se.

Spaventa l'idea di quel pre, di un distacco avvenuto prima di quanto ci si era aspettati, di un distacco che coglie impreparati.

Eppure nel testo si spiega come poter affrontare questa relazione senza lasciarsi troppo impaurire dalla precocità con cui esso si inserisce nella nostra vita.

Vi invito alla lettura proprio perchè ritengo possa dare delle spiegazioni sulle dinamiche relazione madre-bambino che possono aiutare e dare risposte laddove sorgano dubbi e domande.

Una chiave di lettura attenta e dettagliata a più voci.

Uno spazio in cui protagonista è la speciale relazione che sussiste fra madre  e bambino.

Buona lettura.

 

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mer

18

mag

2011

Consiglio di lettura: L'arte di saper ascoltare.

(immagine tratta da Google)
(immagine tratta da Google)

L’arte di saper ascoltare.

Plutarco attuale come non mai.

 


 

 

“Caro Nicandro, visto che hai da poco indossato la toga virile e non sei più tenuto a sottostare agli ordini di coloro ch’erano preposti alla tua educazione, t’invio questi miei consigli affinché tu sappia ascoltare correttamente chi cerca di persuaderti con l’arte della parola”.

Così comincia Plutarco la sua opera “L’arte di saper ascoltare”, scritta fra l’80 e il 90 d.C.,  aprendola rivolgendosi al giovane Nicandro nello specifico e a tutti giovani in generale.

Prima di entrare nel vivo dell’argomento egli spiega il funzionamento dell’orecchio e il privilegio dell’udito di poter cogliere le virtù. Prendendo la sua riflessione come nostra possiamo affermare che l’udito diventa risorse e pericolo nello stesso tempo ai giorni nostri.

Se ascoltare significa interiorizzare per riversare nell’animo, siamo certi che questo nostro tempo sia sempre capace di trasferire informazioni degne di essere definite tali, siamo certi che riescano a usare i canali, i metodi e i modi adeguati per non rischiare di turbare troppo i giovani del nostro tempo?

Televisione, internet, social network e cellulari: grandi conquiste dei nostri giorni ma non per questo lontani da rischi e pericoli.

Il precedente contributo di Federica ci spiega come comunicare “urlando” può ferire un bambino, disorientarlo. Allo stesso modo, credo, che forme di comunicazione non adeguate possano influire negativamente soprattutto sul loro modo di intendere la relazione interpersonale, il rapporto con gli altri, la comunicazione e il dialogo.

Oggi si parla molto ma si ascolta veramente poco.

Anche i programmi in tv che sono improntati sul dibattito come forma di confronto finiscono, inevitabilmente, con il presentarci (e propinarci direi) il parlarsi addosso privo di comunicazione efficace, l’idea che chi urla di più viene più ascoltato, che non occorre avere da dire ma l’aprire bocca, tanto qualcosa da dire c’è sempre.

Anche le figure dei moderatori smettono i loro panni per indossare quelli del giudice che non veicola informazione, urla giudizi e si infervora al pari dei partecipanti.

Per dialogare occorre predisposizione d’animo all’ascolto.

Solo chi è capace di ascoltare l’altro può dar vita a uno scambio, a un dia-logo nel suo significato più profondo, alla crescita comune “c’è sempre da imparare da un dibattito”.

“Bisogna evitare di agitarsi e di abbaiare ad ogni battuta, aspettando pazientemente che l’interlocutore abbia finito di esporre il suo pensiero, anche se non lo si condivide, senza però investirlo subito con una sfilza di obiezioni, ma concedendogli ancora un po’ di tempo perché possa integrare, chiarire o correggere quanto ha detto, ed eventualmente ritrattare qualche frase affrettata. Chi infatti passa subito al contrattacco non solo interrompe e spezza il logico fluire del discorso, ma non ci fa una bella figura e finisce per ascoltare e non essere ascoltato. Se invece è abituato a controllarsi e a rispettare gli altri mentre parlano riesce a trarre da ogni discorso qualche spunto che può tornargli utile, a discernere meglio e a smascherare il vuoto e le falsità dell’interlocutore, offrendo di sé l’immagine di una persona amante della verità, non di battibecchi, e per di più riflessiva e aliena dalla polemica”.

Le parole di Plutarco risultano moderne e attuali, monito che sembra nato per noi in questo nostro tempo.

Quello che possiamo fare come professionisti (mi riferisco anche agli insegnanti per le scuole, al parroco per gli oratori, per tutte quelle figure che fungono da riferimento per i bambini e i giovani), come genitori, come persone che hanno voglia di veicolare comunic-azione è dare l’esempio di un ascolto corretto, attento e meditato.

Ascoltare significa imparare a leggere nell’animo delle persone, cogliere il loro mondo interiore in tutte le sue sfumature senza pregiudizio, ma così come lo propone.

Un bambino ascoltato saprà ascoltare, un giovane educato ad ascoltare sarà anche un abile oratore, perché solo chi sa ascoltare troverà il giusto tempo per esprimersi e parlare.

Non un parlare a vuoto, sterile. Un parlare che troverà ascolto.

 

In un tempo come il nostro, dove si lascia troppo poco spazio e tempo all’ascolto, mi piaceva l’idea di arrivare nelle vostre case (attraverso la mail intesa come mezzo di comunicazione) con la ri-lettura comune di parole di un autore tanto lontano eppure tanto attuale.

 

E voi, cosa ne pensate?

 

dott.ssa Maria Concetta Carruba

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